FRANCO CARDINI.
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ALLE RADICI DELLA CAVALLERIA MEDIEVALE.
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Parte 1.
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2014. Editrice Il mulino, BOLOGNA.
ISBN 978-88-15-25101-5. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista
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L'AUTORE.
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Franco Cardini (Firenze, 5 agosto 1940) è uno storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo.
È socio di numerose organizzazioni scientifiche italiane e straniere e ha ottenuto numerosi riconoscimenti per i suoi studi accademici.
Il campo di studi principale di Cardini è quello della storia delle Crociate, affrontato con studi su scritti cristiani e arabo-islamici.
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alla memoria di Vasilij Ivanovic Abaev e ai generosi popoli del Caucaso.
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Indice di questa parte.
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Invito alla lettura di ALESSANDRO BARBERO.
Presentazione di JEAN FLORI.
Prologo. Ma che cos'è la cavalleria?
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Parte prima. Sciamani, guerrieri, missionari.
Capitolo primo. Dal lontano, dal profondo.
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Fine Indice.
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Invito alla lettura di ALESSANDRO BARBERO.
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Alle radici della cavalleria medievale venne pubblicato nel 1981 a Firenze presso la casa editrice La Nuova Italia, allora appartenente - ma a dirigerla era il figlio Federico - a Tristano Codignola: grande figura dell'antifascismo fiorentino, morto alla fine di quello stesso anno dopo aver firmato un manifesto che criticava Bettino Craxi ed essere stato espulso dal Psi. Franco Cardini, allievo di Ernesto Sestan a Firenze, era allora quarantunenne, ma aveva scritto il libro già parecchio tempo prima, approfittando di soggiorni di studio a Poitiers, a Parigi e ai Tatti, puntualmente ricordati nell'Introduzione a quella prima edizione.
Il libro venne subito recensito dalla stampa conservatrice: "Il Tempo" allora diretto da Gianni Letta ("Un fondamentale studio"), che dopo la recensione dedicò a Cardini anche un'intervista, e "il
Giornale" di Indro Montanelli(1). Le recensioni scientifiche, apparse come di consueto solo negli anni successivi, non furono numerose, ma molto ampie e largamente positive; fra tutte è da citare quella di
Jean Flori, che si affermava proprio in quegli anni come il massimo esperto della cavalleria medievale, e che sui "Cahiers de Civilisation Médiévale" pubblicati a Poitiers giudicò la tesi dell'autore "très bien documentée et rigoureusement argumentée", pur esprimendo, come del resto altri recensori, qualche riserva(2).
Il consenso dei medievisti, fossero o no specialisti dell'argomento, si frantumò però col diffondersi del dubbio che si trattasse di un libro di destra, se non addirittura nazista. Nell'Introduzione all'edizione del 2004 pubblicata da un altro editore fiorentino, Sansoni, Cardini rievoca le polemiche suscitate da studiosi per lo più non medievisti, come Marco Revelli e Carlo Ginzburg; ma chi scrive ricorda bene un importante medievista, poco più giovane di Cardini, riferirsi al libro con una sola parola: "Spazzatura"!
Potrà sembrare irriverente verso quei difensori dell'ortodossia far notare che l'unica traduzione del libro fu pubblicata nel 1987 in Unione Sovietica, dalla moscovita Progress, per iniziativa dell'accademico Viktor Rutenburg, e che la stampa sovietica lo accolse benissimo. Ma ancor più paradossale è scoprire, a tanti anni di distanza, che nella gestazione dell'opera era stato decisivo proprio un lungo soggiorno dell'autore in Unione Sovietica: prima a Mosca, per imparare il russo e assistere al tredicesimo Congresso internazionale di Scienze storiche del 1970, e poi nel Caucaso, dove a contatto col lavoro degli archeologi sovietici maturò l'interesse per quella cultura dei kurgany che tanta parte avrà nelle Radici. Si capisce il gusto malizioso con cui Franco Cardini oggi rievoca quelle
esperienze, come ha fatto nella citata Introduzione del 2004 e, con maggior ricchezza di dettagli, nella sua corrispondenza con chi scrive: fino a sottolineare con soddisfazione che il libro è ancor oggi adottato nelle università delle due repubbliche ossete, Vladikavkaz e Tskhinval. E tuttavia, nell'Introduzione alla prima edizione del 1981, in cui pure come s'è visto l'autore elencava con legittimo orgoglio altre e prestigiose esperienze di studio all'estero, quei soggiorni sovietici non erano citati! Indizio dello spirito dei tempi e forse anche delle difficoltà che Franco Cardini ha potuto incontrare nel conciliare la libertà delle sue scelte con gli schemi ideologici in cui amici e nemici amavano e amano imprigionarlo.
Rileggendolo oggi, cosa c'è nelle Radici che giustifichi l'accusa (l'autore mi perdonerà se adotto questa parola) d'essere un libro di destra? Francamente, quasi niente. Carlo Ginzburg(3) vi scorgeva, e denunciava, un'influenza di Otto Höfler: l'esecrato antropologo viennese che piaceva a Himmler, e che promosse negli anni Trenta l'idea della continuità millenaria della cultura germanica.
Nell'Introduzione del 2004, Cardini ammette tranquillamente quell'influsso; ma c'è questa non lieve differenza, che l'impostazione di Höfler era razzista, mentre le continuità che evoca Cardini sono esclusivamente culturali e non biologiche, e il mondo dei suoi guerrieri è quanto di più ibrido si possa immaginare. Dopodiché, certo, le frequenti citazioni di Dumézil, di Eliade e in un caso o due persino di Evola possono far sollevare più di un sopracciglio; e per chi abbia poca simpatia verso quell'universo mentale, costituisce indubbiamente un segnale sospetto il ricorrere incalzante, nelle Radici, di un certo vocabolario: "mistero" e "misterioso" compaiono 24 volte, "inquietante" 11 volte, "arcano" pure 11, "terribile" e derivati ben 35, "oscuro" e simili 26 volte - troppe, forse, anche se quando l'autore scriveva, con macchina da scrivere e carta carbone, non era così facile come oggi fare questi conti.
Ma non è per questo che ho scritto "quasi". Quel che c'era e c'è di destra, nel libro, è l'ammirazione per il cavaliere, per lo splendido e terribile (appunto) guerriero a cavallo che, come recita la memorabile frase conclusiva, "è più "bello" d'un agente di cambio". Anzi meglio, non è neppur questo; ma è la certezza che quell'ammirazione, mista a reverenza e terrore, fosse condivisa dalle plebi e fondasse l'accettazione della disuguaglianza sociale. Ed ecco l'autore garantire che "per secoli l'uomo dell'Occidente rimarrà ammirato e atterrito dinanzi ai signori della guerra issati sui grandi e forti animali", ed evocare compiaciuto "l'impressione di forza, di bellezza, di quasi religiosa terribilità che la sua grande sagoma e le sue armi risonanti provocarono nelle plebi inermi e miserevoli soggette al lavoro dei campi". Una visione che certamente risente dell'insegnamento della scuola storiografica tedesca chiamata a suo tempo Neue Lehre, con la sua enfasi sull'opposizione, in seno alle società germaniche, tra i nobili, unici veri uomini liberi, e le masse asservite per natura al dominio dei potenti, e la cui validità resta tutta da dimostrare. A chi scrive, per esempio, è accaduto, percorrendo la letteratura cavalleresca, di trarne un'impressione del tutto opposta,  di persuadersi che i sentimenti delle masse nei confronti di quella gente a cavallo fossero tutt'altro che remissivi e ammirati, e di esprimere questa convinzione in un libro uscito non molti anni dopo quello di Cardini, e ch'ebbe il medesimo
onore di una lunga, positiva recensione di Jean Flori(4); anche se, considerando l'epoca, può nascere il sospetto che anche in questo caso le fonti venissero a confortare un partito già preso.
Ma, si dirà, e sul piano scientifico? Ebbene, qui avevano ragione Flori e l'accademico Rutenburg: il libro regge, anche a tanti anni di distanza. La principale riserva che ci sentiamo di avanzare è forse questa: a più riprese l'allora giovanissimo autore imposta la sua riflessione sulla base d'una data idée reçue; poiché legge tutto quello che c'è da leggere, s'accorge, cammin facendo, che la
prospettiva da cui è partito è ormai un po' invecchiata e screditata, e tuttavia non si rassegna a rinunciarvi, e trova un'abile giustificazione per continuare a seguirla lo stesso, pur mostrando di
prenderne le distanze. L'avvio stesso del libro, con la sua frase d'apertura non meno memorabile di quella conclusiva ("A che cosa sta pensando l'imperatore Valente in quel mattino del 9 agosto 378
mentre, dai sobborghi della metropoli tracia, muove incontro al suo destino?"), rappresenta il primo esempio di questo procedimento. Qui c'è infatti la vecchia idea della battaglia di Adrianopoli come
trionfo della cavalleria barbara, già "medievale", sulla fanteria romana; oggi sappiamo che l'esercito imperiale, all'epoca, era pieno di cavalleria, e anche l'autore se ne rende conto, tant'è vero che avverte di non voler presentare la battaglia come un decisivo momento di svolta per due buoni motivi: primo, perché il rovescio del 378 non segnò affatto l'irrevocabile inferiorità militare dei Romani rispetto ai barbari, come viceversa fino a qualche decennio fa si tendeva
a ritenere; secondo, perché ormai nessuno crede più alla storia che Adrianopoli abbia significato un vero e proprio tracollo per l'impero.
In barba a tutto questo, però, il libro si apre lo stesso con la rievocazione di Adrianopoli, e con l'immagine del fante romano atterrito davanti al cavaliere barbaro, "giovane dio a cavallo" che incarna il futuro.
Gli esempi di questo procedimento sono frequenti. Evocato il cavaliere barbaro venuto dalle steppe e i suoi dèi equestri, Cardini li accosta immediatamente ai "modelli celesti" proposti dalla
Chiesa, i santi guerrieri come san Michele e san Giorgio. L'autore sa che questo accostamento riflette tesi sorpassate, e mette le mani avanti: "Oggi nessuno crede più, beninteso, all'immediata derivazione
dei santi militari cristiani dalle divinità germaniche della guerra"; è chiaro "che la loro origine è semmai copto-bizantina" ecc.; ma intanto il nesso è stato introdotto. Puntualmente, quando torna a occuparsi dei santi militari Cardini menziona gli studiosi che li hanno interpretati come una
reincarnazione delle divinità guerriere germaniche. "Ora, non c'è dubbio che tesi del genere vanno respinte", avverte l'autore; ma subito prosegue: "Questo non toglie che, in più casi, il culto d'un santo militare abbia potuto in effetti impiantarsi su quello, precedente, d'una divinità guerriera", che a ben vedere significa l'esatto contrario. Ancora: i barbari si sono convertiti al cristianesimo, ma lo hanno improntato dei loro valori ancestrali, fra cui, beninteso, la sacralità del guerriero a cavallo. Anche qui
Cardini prende le distanze, introducendo però subito una congiunzione avversativa che di fatto smentisce la smentita: "Non si vuol dire - intendiamoci - che quello offerto ai Germani più che cristianesimo fosse cristianizzazione del paganesimo ancestrale, tesi ormai destituita di fondamento; né si vuol insinuare si trattasse di un diciamo così "cristianesimo senza Vangelo"; certo però..." (corsivo
nostro).
Tutto questo scavare attorno alle Radici per farne venir fuori le eventuali magagne non ha, sia chiaro, il fine di scalzarle, quelle radici: che sono e restano solidissime. Lo scopo era cercar di capire
perché, per motivi pretestuosi o magari in qualche caso anche per motivi comprensibili, questo libro di grande successo, più e più volte ristampato, abbia conservato finora una fama sulfurea presso gli addetti ai lavori. Ma chi è arrivato fin qui e sta per leggere il libro deve sapere che sarà trascinato, a dorso d'un cavallo non ancora ben domato e di carattere assai irrequieto, in una galoppata attraverso molti dei problemi cruciali della storia tardoantica e medievale, e che vedendoli da quella prospettiva li troverà più insoliti ed eccitanti di quanto forse non si aspetti. L'elenco degli argomenti che Cardini ha saputo connettere nella sua cavalcata è sterminato, e su ognuno l'analisi è approfondita, la bibliografia puntuale, l'interpretazione significativa. Nell'ordine, e citando solo i temi storiograficamente più caldi, si parlerà di barbari e invasioni barbariche, di culti sciamanici, di pratiche funerarie del Caucaso, della metallurgia e delle sue connotazioni sacrali, di berserkir, totem e pratiche iniziatiche, della Sippe
germanica e del comitatus, del vassallaggio e del compagnonnage d'armi, e ancora: la barbarizzazione dell'esercito romano, la polemica antibarbarica, la cristianizzazione dei barbari, il lessico del cristianesimo nella Bibbia di Ulfila, la conversione di Clodoveo, Carlo Magno e lo sterminio dei Sassoni, la poesia epica e religiosa degli Anglosassoni insulari, l'atteggiamento della Chiesa nei
confronti della guerra e del servizio militare, la liturgia della guerra; e infine, la tecnologia bellica, l'invenzione della staffa e del ferro di cavallo, la battaglia di Poitiers e la nascita del feudalesimo.
Breathtaking, per usare un aggettivo che i nostri colleghi anglosassoni impiegano ogni tanto nelle recensioni entusiastiche.
Per concludere, fra le mille idee che un libro così fa nascere in chi ha la ventura di leggerlo vorremmo menzionarne qui una. In più punti Cardini ha sentito la tentazione di introdurre nella comparazione una cultura che è alle radici della civiltà occidentale e cristiana almeno quanto la cultura gotica e sarmatica, e le cui élite, come oggi sappiamo, attribuivano immensa importanza al cavallo,
considerato esplicitamente attributo delle classi dominanti ed emblema della loro superiorità sulla plebe: parliamo, ovviamente, dei Greci. In quel mondo dove il padrone di Atene, Pisistrato, poteva
chiamare i suoi figli Ippia e Ipparco, le fonti che attestano l'associazione del cavallo con la nobiltà, il potere e la bellezza, considerati tutt'uno, sono molto più abbondanti ed esplicite di quanto non lo siano per il mondo germanico. Cardini aveva certamente intuito che i Greci avrebbero avuto diritto a un posto nel suo quadro; ma all'epoca l'immagine dei kaloì kagathoí allevatori di cavalli e spregiatori della plebe non era stata ancora messa a fuoco dalla storiografia come lo è stata in tempi recenti, per merito soprattutto degli storici angloamericani(5), e l'intuizione non è sviluppata. Esplorare questo versante potrebbe condurci molto lontano, fino a chiederci se non ci sia un'analogia fra gli hippeîs delle póleis greche e i milites dei comuni italiani. L'uomo a cavallo di cui Franco Cardini, a trent'anni, sentiva così forte il fascino non ha ancora finito di svelarci i suoi segreti.
ALESSANDRO BARBERO.
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NOTE A INVITO ALLA LETTURA..
(1)  http://www.francocardini.net/note.htm.
(2)  J. Flori, Les origines de la chevalerie, in "Cahiers de civilisation médiévale", 27, 1984, pp.
359-365.
(3)  C. Ginzburg, Storia notturna. Una decirrazione del sabba, Torino, 1989, p. 152.
(4)  A. Barbero, L'aristocrazia nella società francese del Medioevo. Analisi delle fonti letterarie (secoli decimo-tredicesimo), Bologna, 1987.
(5)  G.R. Bugh, The Horsemen of Athens, Princeton, N.J., 1988; I.G. Spence, The Cavalry of
Classical Greece. A Social and Military History with Particular Reference to Athens, Oxford, 1993;
L.J. Worley, Hippeis. The Cavalry of Ancient Greece, Boulder, Colo., 1994.
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Presentazione di JEAN FLORI.
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La civiltà occidentale deve molto alla cavalleria. Per convincersene, è sufficiente osservare quanto essa ancora influenzi i pensieri e i comportamenti degli uomini sin dalla più tenera età. Nei loro
giochi, i nostri figli si proiettano quasi naturalmente in un universo irto di castelli e popolato di cavalieri, gli autori di successo ne traggono ispirazione, numerose opere letterarie o cinematografiche, fino ai giorni nostri, hanno fatto ricorso a questo tema e riprendono la sua atmosfera, il suo linguaggio e alcuni dei suoi valori.
Un accesso un po' più approfondito consente di scoprire facilmente che la nostra cultura europea - quanto, per lo meno, ne resta - è essa stessa impregnata dei valori sorti dall'ideale cavalleresco che appare con tanta nettezza nelle opere storiche e letterarie dal dodicesimo secolo, e che ha così fortemente contribuito a forgiare la cultura e la mentalità occidentali. È a questa cavalleria, per
esempio, che si deve il primo tentativo di limitare gli eccessi della guerra, di regolamentare l'uso delle armi e di reprimere gli istinti più selvaggi attraverso la creazione di un'etica, propria ai guerrieri, incentrata su virtù come l'onore, la fedeltà ai principi e alla parola data, e, almeno in una certa misura, il rispetto dell'avversario che si combatte, persino quando è sconfitto e prigioniero. Questi valori sono evidentemente contrari all'istinto naturale della specie definita "umana" e perciò non bisogna
meravigliarsi se vediamo che le "leggi della guerra" che si è tentato di imporre ai costumi sono state così spesso tradite nello stesso Occidente, là dov'erano nate. Sarebbe assurdo non voler riconoscere
questo parziale fallimento; ma sarebbe più assurdo ancora negare questo tentativo, e non vedere fino a che punto altre civiltà, siano lontane o vicine, non hanno neppure creduto di doverlo intraprendere. Il massacro sistematico dei nemici sconfitti in battaglia, la riduzione in schiavitù delle loro donne e dei loro figli non sono stati considerati dovunque - e molto ci manca! - contrari ai costumi ammissibili all'interno di civiltà che oggi va di moda esaltare proprio mentre, simmetricamente, si critica la civiltà europea, sia pure colpevole di abominevoli violazioni dei suoi stessi valori. Per lo meno, queste sono condannate come tali dalla morale pubblica, il che certo non basta, ma in qualche modo è confortante.
Un ideale elevato, si sa, non è mai veramente raggiunto da quanti lo riconoscono come tale; ma lo è ancor meno da coloro che l'ignorano, lo rifiutano o lo disprezzano.
È ancora alla cavalleria che si deve una nuova percezione della donna, esprimentesi, in particolare, nell'apparizione del cosiddetto "amor cortese", sotto l'influenza combinata - e talora
contraddittoria - della Chiesa e dei poeti profani delle corti cavalleresche. In questo nuovo ideale, e in certa misura anche nella realtà che questa ideologia contribuisce a trasformare, la donna non è più considerata soltanto come un ventre destinato alla procreazione per assicurare la discendenza familiare e trasmettere l'eredità, o come un semplice oggetto di piacere che l'uomo, il "maschio", prende a suo piacimento e viola al bisogno senza vergogna, ma come una persona a tutti gli effetti che va conquistata grazie ai propri meriti, attraverso l'interesse che si è capaci di suscitare per guadagnare i favori della Dama, obbedendo a certe regole di comportamento che sono all'origine dei valori più nobili della
nostra civiltà occidentale. Certo, anche in quel caso si può discutere dell'ampiezza di questa rivoluzione dei costumi il cui lontano compimento non si è ancora pienamente realizzato nella nostra
epoca, che pure è contrassegnata da un'effettiva promozione della donna. Bisogna almeno rimarcare che tale promozione, risultato di una marcia lenta e caotica verso la parità dei sessi, fino a questa
"liberazione" della donna da cui la nostra civiltà trae motivo di onore, è nata proprio in Occidente all'epoca della cavalleria, e che essa non si è in alcun modo manifestata nelle altre civiltà a noi più
vicine. Lo "scontro di civiltà" di cui oggi noi cominciamo a sentire i drammatici e dolorosi effetti riposa in parte sulle incomprensioni e le incompatibilità risultanti dal fatto che quei valori etici ai quali noi teniamo (persino quando siamo noi stessi a tradirli!) sono tanto profondamente ancorati nella nostra mentalità collettiva da farci credere che essi costituiscano dei "valori universali". Dei valori di cui "i diritti dell'uomo" costituiscono l'espressione, delle aspirazioni morali che noi crediamo comuni a tutte le civiltà, a tutte le culture, a tutti gli esseri. Ma non è affatto vero, e questa illusione provoca dei malintesi funesti, delle incomunicabilità che rafforzano i comportamenti autistici degli uni e degli altri, genera e perpetua l'odio. La nostra epoca, ne siamo pienamente consapevoli, si situa alla fine di un'era e dovrà, per sopravvivere, far emergere una nuova forma di civiltà che sappia oltrepassare queste incomprensioni, fondere o superare i valori diversi e contraddittori delle civiltà oggi in conflitto. Non è
sicuro che essa ci riesca. Tuttavia sarà necessario, e la storia ci mostra la via.
Sotto questo aspetto la storia medievale è esemplare, e principalmente quella della cavalleria.
Perché la cavalleria, che tanto ha contribuito a formare la nostra civiltà occidentale, è essa stessa nata proprio da una simile fusione, sorta da un precedente "scontro di civiltà". Ed è in questo che l'opera magistrale di Franco Cardini acquista oggi tutto il suo valore. Dalla prima pubblicazione del suo libro Alle radici della cavalleria medievale, numerosi studi si sono proposti di descrivere la cavalleria, di riconoscerne i diversi aspetti, le componenti, l'evoluzione e le influenze, i suoi rapporti con la nobiltà, il suo ruolo nella società, e si può dire persino che pochi temi sono stati tanto profondamente sondati e messi a frutto dai medievisti di valore, in Europa e altrove. Ma nessuno ha descritto con tanta
pertinenza le lontane origini di questa cultura cavalleresca, che io ho creduto di poter chiamare la "preistoria della cavalleria". Nessuno ha sottolineato con tanta forza dimostrativa e altrettanta
magistrale erudizione i diversi "scontri di civiltà" che hanno portato alla formazione di questa ideologia attraverso la fusione (o la lega) delle culture greco-romana e "germaniche", nomadi e
sedentarie, cristiane e pagane, ecclesiastiche e profane. Questa lenta fusione di culture, per osmosi e reciproci prestiti, ha condotto alla formazione della civiltà medievale e, nel caso specifico, della cavalleria. Essa è sorta per gran parte dalla cristianizzazione più o meno profonda dei costumi degli
invasori "barbari", ma anche, al contrario, dall'"imbarbarimento" (o, se si preferisce, dalla "germanizzazione") dell'antica società greco-romana. Le diverse attitudini degli uni e degli altri,
sovente opposte, riguardo alla guerra, al modo di condurla, al valore accordato ai combattenti, hanno portato a un profondo conflitto ideologico che non ha potuto essere superato se non attraverso degli
adattamenti e forse anche dei compromessi. Questi compromessi erano inevitabili? Necessari? Utili? Indispensabili? Vantaggiosi? Se ne può discutere, ed è su quest'unico punto, forse, che io non sono
completamente d'accordo con Franco Cardini. Una divergenza minore, dopo tutto, che non scalfisce in alcun modo la stima da me nutrita per questo grande storico, né l'ammirazione che la sua opera
giustamente suscita. Attraverso la lettura di queste belle pagine, il lettore, sia uno storico medievista di professione o soltanto un honnête homme appassionato di storia o desideroso di cultura, troverà materia per istruirsi, riflettere, e persino entusiasmarsi tanto l'indagine storica è condotta con rigore e i suoi risultati esposti con chiarezza, in uno stile che alcuni specialisti americani di cavalleria non hanno esitato a definire "fiammeggiante". Vale a dire che la reputazione di Franco Cardini, ben salda in Europa, ha persino conquistato gli ambienti eruditi di oltre Atlantico, assai poco inclini, in genere, a conoscere le opere di autori che non siano originari del loro mondo anglosassone, e meno ancora a lodare gli storici della "vecchia Europa" di cui tuttavia loro sono, come noi, i lontani eredi.
JEAN FLORI.
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ALLE RADICI DELLA CAVALLERIA MEDIEVALE.
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Prologo. Ma che cos'è la cavalleria?
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Quel complesso insieme di tradizioni, costumi, atteggiamenti mentali e istituzioni che appartiene al nostro medioevo occidentale, e che noi usiamo indicare con il termine policomprensivo di "cavalleria", si sviluppò lentamente a partire dal decimo secolo (ma le sue radici profonde sono ben più antiche) per giungere a maturazione tra undicesimo e tredicesimo e  - l'"età cavalleresca" per eccellenza: quella della crociate, degli Ordini religioso-militari, della cultura cortese - e quindi lentamente decadere, non senza però episodici "ritorni di fiamma", anzi talora autentici revival. Se  da un lato, ad esempio, l'uso massiccio delle fanterie e l'impiego dell'artiglieria dettero a  partire dalla fine del Quattrocento un colpo definitivo al già provato prestigio militare della cavalleria, è un fatto che il Cinquecento segnò in parecchi paesi, Italia compresa, un ritorno d'interesse per tutto  quanto riconduceva alla mentalità cavalleresca e a quella nobiliare che in essa trovava il primo e più vitale nutrimento. L'esser "cavaliere", sia pure di uno dei molti ordini creati dai vari sovrani a partire dalla fine del medioevo per premiare e per tenere legati alla loro casa i sudditi più capaci e intraprendenti, costituì un vanto per
generazioni intere di piccoli nobili e di borghesi arricchiti o illustrati da professioni liberali. La prima
vera e propria compagine moderna di ufficiali professionisti nel senso che ancor oggi si intende nei
nostri eserciti, quella prussiana del tempo di Federico secondo, nacque sulla base della riproposizione -
artificiale finché si voglia - di un "codice d'onore" cavalleresco. E ancora oggi in parecchi sollecitano
e ostentano insegne e qualifiche cavalleresche, mentre nel lessico delle principali lingue occidentali i
termini che riconducono all'idea di cavalleria continuano a essere usati con una connotazione
decisamente positiva, specie nell'ambito dell'etica comportamentale in genere.
È necessario quindi distinguere accuratamente tra istituzioni cavalleresche da un lato, etica e
mentalità cavalleresca dall'altro. Certe lingue occidentali hanno due termini distinti che qualificano i
rispettivi ambiti. Non a caso, proprio l'inglese usa knighthood per tutto quel che riguarda l'ambito
sociale, istituzionale e strutturale, e chivalry per ciò che attiene alla mentalità e all'etica. I francesi e i
tedeschi distinguono tra cavalieri nel senso di persone o soldati che vanno a cavallo (cavaliers, Reiter)
e cavalieri nel senso di insigniti della dignità cavalleresca (chevaliers, Ritter): lo stesso si fa in
spagnolo, con i termini jinete e caballero; meno sensibile a questi valori, l'italiano usa sempre e solo il
termine "cavaliere". Un'istituzione e una mentalità antiche, dunque, e ci sarebbe da chiedersi se siano
veramente e definitivamente spente: riflettiamo solo su quante volte l'aggettivo "cavalleresco" ricorre
nel lessico quotidiano, nelle cronache politiche, nei reportage sportivi. Ma d'altro canto, allorché si
voglia riferirsi al momento in cui questi valori s'incarnavano in caratteri e funzioni precise all'interno
di un mondo dai contorni ben configurati, si dovrà ricorrere appunto ai secoli undicesimo e dodicesimo e in specie alla
società feudale, anche se - sia chiaro - valori feudali e valori cavallereschi non sono per nulla automaticamente identificabili.
Nel latino medievale, il termine che rende il concetto che noi indichiamo con cavaliere è miles,
la parola cioè che nel latino classico indica tout court il guerriero, il soldato. Questa semplice
osservazione d'ordine lessicale-semantico ci dà una prima chiave interpretativa e una prima serie di
valori da discutere. Il cavaliere è, a partire dal decimo secolo, quando il termine miles viene chiaramente
usato in questo senso, il guerriero per eccellenza: il che equivale a dire che chi non combatte a cavallo
né dispone d'un corredo d'armi d'offesa e di difesa pesante e costoso (queste le caratteristiche del miles
del tempo) non si può considerare un combattente. Il medioevo è una società polemocratica, una
società organizzata per la guerra e sulla guerra: pure - o proprio per questo? - i guerrieri sono pochi,
un'élite di tecnici, di professionisti, che si distingue chiaramente sullo sfondo dei rustici e dei chierici,
dei lavoratori della terra e delle torme di operai della vigna del Signore, che compongono la maggioranza delle popolazioni del tempo. L'età delle fanterie romane e dei guerrieri
germano-occidentali, in genere appiedati, è ormai passata. Feudalesimo e cavalleria si sviluppano in un
mondo di deboli e d'inermi, in un mondo dove avere un cavallo e un pesante corredo d'armi può
significare tutto, a patto di reperire anche i mezzi per mantenerli.
Ma da dove si può cominciare per esaminare correttamente il complesso dei problemi che la
cavalleria presenta?
Georges Duby ha scritto che il successo della cavalleria nel medioevo è costituito
di tre fatti complementari: un fatto tecnico, la superiorità del cavaliere nel combattimento; un
fatto sociale, il legame tra il genere di vita stimato nobile e l'uso del cavallo, legame ancora molto mal
studiato ma profondissimo e antichissimo (bisognerebbe spingere l'indagine fino alle tombe dei cavalli
vicine a quelle dei capi nella preistoria germanica e, nell'antichità classica, fino al significato sociale
dell'equitazione); infine, un fatto istituzionale, la limitazione del servizio militare a una cerchia ristretta.
Queste poche righe sintetizzano lucidamente la massa dei problemi sottintesi alla comprensione
della cavalleria medievale. Si noterà che tali problemi sono in parte socioeconomici e in parte
ideologico-culturali e magico-religiosi (si tenga presente il ruolo sacrale del cavallo), e che i due
distinti ordini di argomento sono interdipendenti e non separabili. Una volta di più, l'a priori della
dipendenza di quel che la critica marxista definisce "sovrastruttura" da quel che essa stessa definisce
"struttura" viene puntualmente smentito. Non v'è infatti dubbio alcuno che dall'ottavo secolo fino alla
nascita delle grandi fanterie "borghesi" e all'invenzione delle armi da fuoco il cavaliere (o meglio, la
massa compatta e sintonizzata uomo-cavallo) abbia costituito una presenza invincibile sui campi di
battaglia; ed è parimenti incontestabile che questa superiorità militare traesse origine dalla superiorità
economica e sociale dei ceti dirigenti feudali - che potevano permettersi l'acquisto dei cavalli e delle
armi pesanti, cose queste estremamente costose - sulla massa dei rustici, dei "governati", fossero
questi servi o liberi coloni. Ma al tempo stesso non si deve sottovalutare l'horror, il misto cioè di paura
e di venerazione ancestrali e sacrali, che ai non guerrieri incuteva l'armato a cavallo, visione che
echeggiava antichi archetipi mitici e suggeriva un'idea tradizionale di superiorità.
Già durante la lunga crisi dell'impero romano, le legioni erano state spesso messe a dura prova
e battute dai Reitervölker provenienti dalla steppa (Germani, poi Unni, poi ancora Germani: dai Goti ai
Burgundi agli Eruli e ai Gepidi) nonché dai Persiani, che disponevano di una cavalleria armata di
lunghe lance e munita di caratteristiche armature a "scaglie di pesce" che aderivano al corpo come una
tuta assecondandone i movimenti. Questa specifica cavalleria, detta "catafratta", fu adottata anche
dagli eserciti imperiali; erano tuttavia mercenari nord-iranici (i famosi Sarmati), che combattevano
come cavalieri pesanti in campo romano.
Durante i secoli altomedievali, sotto la spinta di altri "popoli cavalieri" (i Longobardi, gli
Àvari, più tardi - ma meno di quel che si crede - gli Arabi), sia le monarchie romano-germaniche in
Occidente, sia l'impero bizantino a Oriente, avevano continuato a coltivare questo particolare tipo di
cavalleria pesante. Fu tuttavia, pare, a partire dalla metà circa dell'ottavo secolo che essa prese ad
acquistare in Occidente rinnovata importanza; più precisamente, lo sviluppo di una cavalleria pesante
venne incoraggiato dai re merovingi (e poi dai loro successori, i carolingi) presso il popolo franco, in
seguito a due fattori concomitanti: la vittoria del maiordomus (cioè "maestro di palazzo", primo
ministro) Carlo Martello a Poitiers nel 733 (non 732 come pur si continua a ripetere) contro un corpo di
spedizione arabo proveniente dalla Spagna, da un lato, e l'introduzione - forse dovuta agli Àvari -
della staffa in Occidente, dall'altro.
Esaminiamo brevemente le due questioni. La battaglia di Poitiers avrebbe sì (attenzione:
diciamo "avrebbe") liberato l'Occidente dal pericolo di un'invasione musulmana, ma avrebbe d'altro
canto mostrato agli occidentali qual era il pericolo che si stava correndo, costringendoli a correre ai
ripari rafforzando la cavalleria, che per le sue doti di efficienza in guerra e di rapidità negli spostamenti
offriva speranze di funzionale opposizione alle torme dei cavalieri arabi: da lì sarebbe nata la politica
dei maggiordomi franchi (poi divenuti re) di concedere in usufrutto a certi loro fideles terre (spesso
sottratte ai beni ecclesiastici) che permettessero loro di fornirsi di armi e cavalli; da lì, insomma,
l'embrione della società feudale. Quest'ingegnosa teoria è stata posta in crisi da tutta una serie di studi,
tra cui primeggiano quelli del grande medievista spagnolo Claudio Sánchez-Albornoz. Senza indugiare
sulla sua critica, diremo semplicemente che Poitiers non salvò affatto l'Occidente, dal momento che
fermò un raid di pochi, forse isolati razziatori, non un'invasione; e che gli Arabi non erano affatto una
cavalleria temibile, per cui è piuttosto difficile che un'armata a cavallo si dovesse organizzare per paura
di loro (un discorso diverso meriterebbero semmai gli Àvari, che correvano l'Europa orientale e
centrale nel medesimo periodo e che erano ottimi cavalieri e abilissimi arcieri). È comunque innegabile
e da non sottovalutare che, appunto a partire dall'ottavo secolo, nell'exercitus franco (che non era solo
l'insieme degli armati, ma che rappresentava l'intera popolazione, giacché secondo le antiche tradizioni
germaniche ogni libero aveva diritto a portare le armi) si venne a creare un gruppo di "specialisti"
forniti di cavalli e di armi migliori e più pesanti: un gruppo di specialisti che per assolvere ai nuovi
compiti avevano bisogno di cospicui mezzi economici. Non è il caso di fornire cifre esatte, cosa tra
l'altro che le fonti del tempo non permettono di fare: è stato comunque calcolato che un armamento
completo da cavaliere poteva venire a costare quanto una ventina di buoi o un buon fondo agricolo; nel
761 un tale Isanhard, per acquistarsi l'occorrente atto a consentirgli di prestare servizio militare a
cavallo, dovette vendere tutte le sue terre e uno schiavo. Da qui la necessità, per i sovrani, di concedere
dei beni a coloro che essi volevano si provvedessero di cavalli e armature pesanti; di qui l'erosione,
estremamente rapida e documentata, dell'antico diritto di tutti i Germani a portare le armi. In età
carolingia gli imperatori stabilirono, in una serie di successive norme, che chi non avesse abbastanza
denaro per armarsi fosse esentato da tale dovere (ma attenzione: nella mentalità dei tempi, per un libero
Germano, tale esenzione era piuttosto la privazione di un diritto!), salva naturalmente la volontà regia
di fornirgli i mezzi necessari. L'antica divisione germanica tra liberi, e perciò guerrieri, e schiavi, e
perciò inermi, si cancellò quindi a partire dall'ottavo secolo: il processo di cancellazione fu certo lungo,
ma alla fine di esso (fine che possiamo stabilire pressappoco alla metà del decimo secolo) era nata una nuova
società, caratterizzata da un'aristocrazia di potentes, di bellatores - cioè di professionisti della guerra
dotati di mezzi atti a mantenersi alle armi e a dedicarsi solo alla difesa dei territori loro affidati in feudo
e dei superiori poteri dei quali si erano dichiarati fideles - e di una massa di rustici risultante sì dai
vecchi schiavi, ma anche da liberi coloni che però, date le loro condizioni economiche, erano declassati
a livello di inermi, e che quindi avevano nella struttura feudale il dovere di lavorare per i bellatores cui
spettava il compito di proteggerli. Ecco perché, nel linguaggio anche giuridico altomedievale, pauper
era parola che racchiudeva in sé non solo il senso di "povero", ma anche quello di "debole", "inerme", "bisognoso di protezione".
I terribili eventi del nono e decimo secolo (la rovina dell'impero carolingio, la polverizzazione dei pubblici poteri e la loro appropriazione da parte dei grandi feudatari, le guerre feudali, le incursioni di
Ungari, Vichinghi, saraceni, le carestie) spiegano perché tanto forte fosse il bisogno di protezione e di
sicurezza e perché tanto prestigio acquistassero quindi i milites (questa è la parola latina con la quale le
fonti dei tempo - a partire almeno dalla seconda metà del decimo secolo - indicano quel che noi
qualifichiamo con il termine "cavaliere"). Ma era veramente invincibile il cavaliere? In una società
largamente inerme, com'era appunto quella rurale dell'Occidente, la risposta è affermativa e si deve
aggiungere che il cavaliere - consumatore di beni che gli venivano porti da tutto un sistema di
subordinazioni socioeconomiche al suo servizio - era altresì un professionista della guerra nel senso
anche più serio del termine: unica sua preoccupazione era quella di allenarsi a combattere; la sua stessa
alimentazione - più sostanziosa di quella dei villani - era tesa a fornirgli l'energia necessaria a restare
una macchina da guerra perfettamente efficiente. Più tardi - a partire da circa la metà dell'undicesimo secolo -
si sarebbe pensato a fornirlo di un'etica fatta su misura per lui, e poi addirittura di una cultura (la
letteratura epica) della quale egli era il protagonista e al tempo stesso il fruitore principale.
Ma il cavaliere, che ormai all'alba del secondo millennio del Cristo si affaccia un po' rozzo e un po'
incerto, ma tutto sommato già ben riconoscibile, al proscenio della storia d'Europa, da dove veniva, al
di là del processo storico che lo aveva configurato come guerriero d'élite? Da dove gli proveniva il suo
prestigio, da dove la sua autocoscienza, al di là della qualità delle sue funzioni?
Ci si accinge sempre con qualche perplessità a trattare il problema delle "origini", giacché il
solo proporre la questione in tali termini può sembrare tardivo ossequio a una tradizione evoluzionistica
posta ormai da canto. Nella fattispecie, poi, le vecchie discussioni le cui basi erano state gettate fino
dalla stessa letteratura cavalleresca medievale, e che disputavano se le origini della cavalleria fossero
da ricercarsi nelle antichità germaniche, nella militia romana o nell'Oriente arabo-persiano, sembrano
essere state felicemente saltate a piè pari da colui che oggi è il massimo studioso della cavalleria come
fenomeno sociale. Georges Duby abbandona infatti il campo delle ipotesi e si appoggia, per datare a
quo la cavalleria, a un fatto storico preciso e concreto: la presenza nelle fonti documentarie del termine
miles usato nel senso di "combattente a cavallo" a partire con certezza dal terzo-ultimo quarto del decimo secolo(1).
D'altra parte si può dire sia stato, ancora, Duby a riproporre la questione delle origini, anzi a
proporre quella della "preistoria" della cavalleria medievale, o quanto meno a indicare l'importanza in
quel senso e in quella direzione di uno studio non solo più sic et simpliciter storico, bensì anche
archeologico da un lato, antropologico dall'altro. Come egli dice e come abbiamo sopra ricordato, il
successo ottenuto a partire dalla fine del decimo secolo in Francia, e di lì affermatosi altrove, della parola
miles nel senso di guerriero tout court ma al tempo stesso di guerriero a cavallo (quasi solo chi
utilizzasse il cavallo potesse ormai esser definito un guerriero) è da valutarsi come la risultante di tre
fatti complementari: uno tecnico, la superiorità del cavaliere nel combattimento; uno sociale, il legame
tra il genere di vita stimato nobile e l'uso del cavallo; uno istituzionale, la limitazione del servizio
militare a una cerchia ristretta.
Dei tre fatti nei quali Duby vede racchiusa l'essenza del successo della cavalleria medievale al
suo inizio, ben conosciuto è quello istituzionale; storici e archeologi tormentano diuturnamente quello tecnico (la discussione sulla staffa è ormai divenuta un tema "classico", anche a livello dei non specialisti); meno, in fondo, quello sociale, o socio-culturale se si preferisce, relativo al legame
"profondissimo e antichissimo" tra uso del cavallo e non solo - questo ci preme osservare - un "genere
di vita stimato nobile", bensì tutto un complesso magico-religioso di riti e di credenze connesse alla
funzione del cavallo quale tramite fra il mondo dei vivi e quello dei defunti. È importante notare che
quei riti e quelle credenze pervennero all'antichità "classica" e al medioevo occidentale (dove furono
ovviamente trasformati e adattati a parametri mentali differenti) dall'area medesima d'origine e di
primitiva diffusione del cavallo, l'Asia centrale, per il tramite soprattutto dei vari popoli iranici
(Persiani, Sciti, Sarmati) e delle popolazioni germano-orientali che a più stretto contatto stettero con
questi e con le stirpi turco-mongole che si spingevano verso ovest. Scardigli ha dimostrato con estrema
perspicuità quanto l'Occidente medievale debba, in questo processo di sintesi culturale, ai Goti(2).
Insomma, la "superiorità" del cavaliere nel nostro medioevo ha vari anche se coincidenti e complementari aspetti. Il giovane e ingenuo Perceval, che udendo nella profonda foresta il frastuono
delle armi provocato da alcuni cavalieri in marcia pensa prima ai demoni ma poi - vistili così belli e
possenti, così simili ai Micheli, ai Giorgi e ai Martini venerati sugli altari delle chiese del suo tempo -
crede di esser dinanzi ad angeli del Signore e prostratosi a terra li adora, risponde con tutte le forze a un
oscuro ma potente appello archetipico; e altrettanto vi risponde la madre, ammaestrata sì
dall'esperienza ma partecipe al tempo stesso del medesimo horror sacrale, allorché abbracciando il
figlio lo compiange sgomenta: "Credo che tu abbia visto gli angeli di cui la gente dice che uccidono
tutto quello che toccano"(3). In questa pagina commossa e vibrante d'una religiosità profonda, anche se
ben poco e solo superficialmente cristiana, è racchiusa forse la chiave più intima della superiorità del
cavaliere medievale sugli uomini del suo tempo.
Esaminare la preistoria e la protostoria della superiorità dell'uomo a cavallo, quale si configura
nell'Oriente asiatico e passa all'Occidente europeo, è stato argomento del libro che in questa sede viene
nuovamente edito, l'assunto del quale sarebbe inutile riassumere in questo Prologo: qui, per
completezza di preliminare argomentazione, ci limiteremo a considerare le basi di questa "superiorità"
cercando di collegare due piani che in realtà sono profondamente interferenti, quello tecnico-materiale
e quello mitico-religioso; e cercheremo di far notare altresì come, parallelamente e coincidentemente
con il crescere d'importanza del combattente a cavallo, anche le armi siano mutate per nome, forma,
qualità, valore ideale connesso.
In questa prospettiva, ne uscirà un quadro del cavaliere medievale come di un uomo
eccezionalmente ben armato per il suo tempo, nonché dotato di un prestigio che gli proveniva tanto
dalla sua alta qualificazione militare quanto da un sistema di rappresentazioni mentali collettive che
scorgeva nell'uomo a cavallo il simbolo di valori eroico-sacrali specialmente connessi alla vittoria sulle
forze del male e al complesso di credenze relative all'Aldilà, al viaggio nel mondo dei defunti, alla sopravvivenza dell'anima.
La cavalleria medievale ci viene dal grande mare della cultura delle steppe e dai suoi Reitervölker, che già dal nono-settimo secolo a.C. toccavano i bacini della  Vistola e del Dnepr irradiando la
loro influenza sulla costa settentrionale del mar Nero e sui Balcani, mentre a Oriente si agitavano
confusamente, premendo alle frontiere cinesi. Fu il sovrano Han, l'imperatore Wu-ti, a reagire al
pericolo costituito dagli enigmatici Hsiung-nu con due provvedimenti di base: il rafforzamento e il
prolungamento della "muraglia" e l'introduzione in Cina di un nuovo tipo di cavalleria, armata
pesantemente con lunga lancia e spada a doppio taglio e costituita da mercenari nomadi che, nelle
operazioni contro gli Hsiung-nu, erano destinati ad affiancare la cavalleria leggera di cui i cinesi già
disponevano. Contemporaneamente, un'innovazione del genere si presentava (siamo alla fine del secondo secolo a.C.) nell'impero arsacide, parimenti preoccupato dalle immigrazioni barbariche che il
dinamismo degli Hsiung-nu aveva determinato attorno al bacino dell'Amu-Daria. Per la nuova
cavalleria pesante, il piccolo cavallo cinese non era più sufficiente. Difatti l'origine del cavallo
selvaggio pare debba cercarsi nelle steppe euroasiatiche, attorno alla regione degli Urali o dell'Altai:
più o meno cioè la stessa area di stanziamento delle tribù indoeuropee prima della loro grande
migrazione. La classificazione, basilarmente seguita ancor oggi, dipende dagli studi dello zoologo
austriaco O. Antonius, il quale distinse due fondamentali razze di cavalli selvaggi: quella occidentale,
più pesante, e quella orientale, più leggera. Quest'ultima si sarebbe a sua volta evoluta nei due
fondamentali tipi detti l'uno "di Przeval'skij" dal nome dello studioso russo che lo scoprì nel 1880 in
una regione a sud dell'Altai, l'altro tarpàn, estintosi nel secolo scorso. Fino all'età di Wu-ti, i cinesi
usavano appunto un animale del tipo Przeval'skij: di piccola taglia, con testa e collo tozzi, zampe corte,
garretto basso, e pertanto non troppo veloce né troppo resistente. Al fine di procurarsi cavalcature
adatte alla nuova cavalleria pesante, essi importarono a quel punto una razza di tipo occidentale,
proveniente dal Ferghana e simile a quella usata dalla cavalleria pesante iranica, sia dei Parti, sia dei
loro parenti ciscaucasici, i Sarmati. Si trattava di un cavallo alto e forte, adatto a sopportare un grave
peso e a sostenere brevi ma violente cariche; un cavallo che non temesse gli urti frontali, che non fosse
troppo ombroso, che potesse esser guidato praticamente solo con la voce e con la pressione delle
ginocchia da un cavaliere che, per bilanciarsi sulla sella senza staffe e dirigere il colpo con una lancia
pesante, da manovrarsi a due mani, non poteva nel contempo dedicare soverchia attenzione al
maneggio delle redini. Insieme con i cavalli, i cinesi assunsero anche un tipo di corazza in cuoio e ferro simile a quello iraniano.
Qualche tempo dopo, come abbiamo visto, l'impero romano conobbe nei suoi rapporti con i Reitervölker iranici prima, germanici poi, turco-mongoli infine, uno  sviluppo parallelo a quello cinese:
erezione di un sistema continuo anche se non omogeneo di fortificazioni e adozione d'una cavalleria corazzata caratterizzata in pari misura dal grande terribile kontós (lat. contus), la lancia a due mani, e dalla corazza a scaglie avvolgente tutto il corpo. Significativamente, questi cavalieri erano conosciuti
indifferentemente sotto il nome di contarii, che alludeva alla lancia, e sotto quello di catafracti,
clibanarii, alludente (il secondo termine è d'origine persiana, ma entrambi paiono usati come sinonimi) alla corazza.
Sul rapporto tra catafratto sarmatico-persiano, passato ai Romani, e cavaliere medievale, si è sviluppata una polemica che non è in fondo troppo concludente ma che ha comunque opposto
sostenitori della tesi dello sviluppo e sostenitori di quella della differenza e della crasi. Che tra
cavaliere della bassa antichità e cavaliere medievale vi fosse linea di continua e diretta dipendenza, fu
sancito fra l'altro da una celebre pagina di Burckhardt, che in verità si appoggiava più ad elementi
estetici e letterari (il romanzo "cavalleresco" persiano e l'immagine dei catafratti fornita ad esempio da
Eliodoro o da Ammiano Marcellino) che non a un'analisi storica e tecnica della questione. Le due
obiezioni basilari che si potrebbero fare e che in realtà sono state fatte a una tesi del genere sono: da un
lato la scarsa efficacia della cavalleria pesante da sola anche in età tardoantica, trattandosi di un'arma
pensata in rapporto a una cavalleria d'arcieri in accordo con la quale solo poteva operare; dall'altro la
presunta precarietà d'uno scontro condotto con le pesanti lance a due mani ma senza l'ausilio d'un punto d'appoggio sicuro per il cavaliere, punto d'appoggio che sarebbe stato naturalmente, dalla metà circa dell'ottavo secolo in poi, la staffa.
Ma si tratta tutto sommato di critiche meno perentorie di quel che parrebbero. Quanto al
rapporto tra cavalleria pesante e arcieri a cavallo, che avrebbe caratterizzato l'età antica per venire poi
meno durante il medioevo, allorché l'arco subì in effetti una certa eclissi, almeno sino alla fine del
Duecento, quando arco lungo e balestra repentinamente balzarono alla ribalta della storia militare, si è
dinanzi a uno schema generico. I reperti archeologici, non meno delle varie leggi romano-barbariche e
dei capitolari carolingi, testimoniano che arco e frecce rimasero un'arma importante in tutto
l'Occidente medievale; i Visigoti di Spagna, in particolare, erano ottimi arcieri; e mentre oggi non si
crede più alla tesi sopra ricordata della cavalleria nata come risposta dei Franchi agli Arabi di Spagna,
si sottolinea semmai la sua dipendenza dalla necessità di contrastare appunto un popolo di cavalieri
leggeri e di arcieri, gli Àvari, che tanto hanno influito anche sul parallelo sviluppo della cavalleria pesante bizantina.
Più convincente potrebbe semmai essere l'altra obiezione, quella basata sull'introduzione della
staffa e sul combattimento d'urto che ne dipenderebbe. Si tratta d'un tema che gode d'un estremo
credito fra gli studiosi contemporanei: un credito meritato, senza dubbio. Ma da quando, grazie
soprattutto ai contributi degli storici e degli archeologi sovietici, conosciamo meglio il catafratto, e da
quando anche il cavallo e il suo equipaggiamento nell'antichità ci sono divenuti più familiari, si è
aperto un certo spazio per pensare che, tutto sommato, quanto s'è finora a più riprese detto
sull'instabilità e sulla precarietà d'equilibrio del cavaliere pesante senza staffe sia frutto in parte d'un
certo apriorismo, in parte di lacune oggettive nella nostra informazione tecnica.
Diamo uno sguardo d'insieme al cavaliere catafratto. Secondo alcuni il suo armamento avrebbe
preso avvio verso il quarto secolo a.C. tra gli agricoltori del Kwarezm che dovevano difendersi da un
popolo nomade di stirpe iranica, i Massageti, e poi proprio fra i nomadi iranici si sarebbe
principalmente sviluppato. In effetti, la paura degli arcieri del deserto sembra essere stata la principale
ragione per la quale una tenuta in fondo così scomoda avrebbe avuto tanto successo. Questa tesi pare
confermata da reperti in tombe del corso inferiore del Syr-Daria. Altri riportano l'origine del catafratto
alla Bactriana. Altri ancora lo dicono sviluppatosi tra i popoli asiatici come risposta alla falange
macedone: tesi che potrebbe esser confermata dall'associazione tra catafratto e kontós, arma che - a
giudicare dalle larghe lame a forma di foglia che se ne sono ritrovate in area caucasica - deve aver
raggiunto i quattro metri o quattro metri e mezzo di lunghezza, e che fa insistentemente pensare a una
risposta equestre alla sarissa dei fanti macedoni.
Una lancia del genere, da manovrarsi con entrambe le mani, sarebbe stata efficace se usata da
un uomo precariamente issato su un cavallo e preoccupato di non caderne? Evidentemente, le cose
stavano altrimenti per una serie di fattori, dei quali brevemente ci preme qui segnalarne tre a tutt'oggi
non troppo ben conosciuti o non adeguatamente valutati: primo, un sistema d'equilibrio basato
sull'associazione tra un certo modo di stare a cavallo e lo sfruttamento di certi appigli statici; secondo,
l'affiatamento tra uomo e cavallo e l'addestramento dell'animale; terzo, la sella. Solo per l'ultimo di
questi punti, purtroppo, v'è da attendersi un approfondimento delle cognizioni sulla base
dell'archeologia e dello studio delle fonti iconografiche. E a ciò ha giovato lo scritto di R. Ghirshman
su La selle en Iran, pubblicato in "Iranica antiqua" nell'anno 1973.
L'equilibrio era forse ottenuto da un sistema di fissaggio della lancia al cavallo per mezzo di
supporti e corregge, mentre il cavaliere premeva bene le ginocchia contro i fianchi dell'animale e
poggiava il bacino alle due faretre sistemate ai lati posteriori della sella, tipiche dei Reitervölker;
nell'impatto, poi, si doveva compensare il fatale squilibrio torcendo il busto, piegando avanti la spalla
destra in modo da immediatamente recuperare un sicuro baricentro, e forse disponendo le gambe lungo
i fianchi dell'animale in modo asimmetrico. Si deve notare che la lancia a due mani, tra l'altro,
obbligava a non governare le redini durante la carica, cioè a perdere un ulteriore punto di solidarietà
statica col cavallo: sarebbe mai stato un lusso possibile, se l'equilibrio fosse stato in gioco?
Un cavallo lasciato a se stesso nel momento culminante e più delicato della manovra d'attacco
doveva poi essere un animale eccezionalmente calmo, sicuro, affiatato con il suo signore che lo
guidava solo con la voce e la pressione delle ginocchia. Un tirocinio comune lungo e severo era il solo
a poter creare quest'affiatamento. E questa dev'essere una delle ragioni per le quali i Sarmati, maestri
nella cavalleria pesante, usavano in guerra il cavallo di Ferghana, pur continuando a servirsi per la
caccia e altre necessità d'una razza di tipo "orientale", una specie del poco addomesticabile tarpàn. Il
cavallo di Ferghana doveva essere più docile, meno nervoso, più adatto alla convivenza con l'uomo e
quindi alla disciplina: non si trattava solo di dimensioni.
Quanto alla sella, la sua mancanza avrebbe veramente reso impossibile lo svilupparsi di una
cavalleria pesante: impossibile per il cavallo non meno che per il cavaliere. Solo una sella dotata di
solida e comoda struttura (donde, appunto, il suo nome, perché in latino sella significa "sedile")
avrebbe potuto garantire stabilità ad un armato pesante senza torturare in maniera intollerabile la
groppa dell'animale. Ne è prova il fatto che anche i Romani, fra terzo e quarto secolo - cioè man mano che la
cavalleria pesante si diffondeva nel loro esercito - abbandonarono la gualdrappa - semisella o sella
leggera che fosse, e con termine desunto dal greco chiamavano ephippium, e adottarono la sella pesante
che dalla popolazione danubiana che ne faceva uso fu chiamata scordiscus. Se è vero che a partire
dall'ottavo secolo la staffa permise un diverso maneggio della lancia - e, non si deve dimenticarlo, della
spada da fendenti - e quindi una maggior efficacia nelle cariche a fondo, la sella permise lo sviluppo stesso della cavalleria pesante.
Tra la diffusione del combattimento a cavallo e la modificazione di forma e grandezza di certe
armi v'è naturalmente uno stretto rapporto. Valga l'esempio di un'arma tipica dei Reitervölker, la spada
lunga da fendenti. Oggi non si nega più che la metallurgia germanica, erede per un verso delle tecniche
galliche per l'altro di quelle dei popoli della steppa, e anzi tramite fra i due mondi tecnici (ma le fasi di
questo continuo scambio ci sfuggono), fosse migliore e più avanzata di quella dei Romani. Vegezio
rilevava senza riserve che le armi barbariche erano migliori di quelle romane(4). Il ruolo giocato in ciò
dai centri minerari e metallurgici del Danubio, più tardi spostatisi in area renana, è noto. In particolare
ha attirato l'attenzione degli specialisti la tecnica della cosiddetta "damascatura", operata con un
paziente lavoro di sovrapposizione di strati di ferro e strati di "acciaio" (cioè in realtà di ferro più
carburato), poi lavorati a torsione e rinforzati con dei tagli di metallo più carburato ancora, e quindi più
duro, saldati all'anima della lama, e sagomati a incastro per giunta, al fine di essere più solidali con
essa. Una celebre epistola di Cassiodoro ci ha tramandato, di queste armi, un'entusiastica descrizione,
confermata dai reperti archeologici(5). Si trattava di belle e formidabili armi, tuttavia lunghe a
fabbricarsi e molto care: un elemento che ci aiuta a capire fino a che punto, nell'Alto medioevo, il
combattere fosse in via di divenire un fatto d'élite, e d'élite anche economica. Va da sé che, rispetto al
mediocre ferro forgiato, indurito a colpi di martello, dei gladii legionari, questo tipo di spada era di
gran lunga superiore. Ma non si tratta solo di qualità: si tratta anche del modo di usare una certa arma,
delle funzioni che essa è chiamata ad assolvere. Il gladio legionario era arma da fanti che combattessero a distanza ravvicinata e in formazione chiusa, un'arma da usare solo di punta: per questo
non aveva importanza che fosse affilato. Era una sorta di punteruolo da usarsi colpendo con un
movimento orizzontale dell'avambraccio, parallelo al terreno e perpendicolare ai combattenti. I
guerrieri a cavallo, se usavano un'arma da taglio, avevano bisogno invece d'una lama lunga tanto da
permetter loro di colpire senza troppo sbilanciarsi; una lama dal filo più duro del cuoio o bronzo o ferro
delle corazze e degli elmi che doveva colpire, per cui si rendeva necessario il macchinoso espediente
dei tagli molto carburati saldati all'anima. Per metallurgicamente migliore che fosse, la spada pesante
non sarebbe stata efficace nel combattimento ravvicinato e serrato delle legioni, nel quale mancava
perfino lo spazio necessario a tirar fendenti e nel quale la "corsa" del braccio dall'alto in basso - ch'è
appunto quella che dà forza al fendente - sarebbe stata non superiore ai circa novanta gradi, ben poco
se paragonati ai quasi centottanta che possono esser descritti dall'asse braccio-spada d'un cavaliere per
colpire un fante. Fu il combattimento a cavallo a render necessaria la lunga e pesante spada che doveva
più tardi divenire l'emblema della cavalleria medievale.
D'altra parte, non si può dimenticare che queste e altre osservazioni sull'importanza di cavalli,
armature e spade nella vita militare tardoantica e protomedievale sono state rese possibili
dall'archeologia sepolcrale. In altri termini, è su oggetti usati in funzione cultuale e su usi cultuali che
noi possiamo fondare, in questo caso almeno, gran parte delle nostre osservazioni di cultura materiale.
La cosa non e priva di significato profondo, quando si voglia indagare la preistoria d'un fenomeno
come la cavalleria medievale, che oltre a essere un'esperienza sociale, giuridica e militare fu anche
un'avventura dello spirito occidentale. Insomma, ci pare che proprio nella stretta connessione tra la
funzionalità di quei cavalli e di quelle armi e la loro sacralità vi sia la chiave antropologica per
comprendere, anche al di là della sacralizzazione tardivamente (non prima della metà del decimo secolo)
offerta dalla Chiesa, il contenuto profondo del prestigio del cavaliere medievale nel suo tempo e nel
suo mondo. Un prestigio che talvolta non parrebbe giustificato alla luce dei fatti.
Quanto al cavallo, esso è simbolo costante del viaggio all'Aldilà (quindi sia dell'apoteosi
ellenica, sia dell'ascesa al cielo e della discesa agli inferi nelle culture sciamaniche) nei culti
indoeuropei e in quelli turco-tartari, che offrono molteplici punti di contatto rispetto a essi e che sono,
congiunti a loro, proprio la culla dalla quale è provenuta la cavalleria pesante.
È molto importante notare che il cavallo ricopre un ruolo simbolico religioso fondamentale in
quelle culture iraniche e turco-mongole nelle quali si è affermata la cultura materiale del ferro non
meno che il culto religioso di quel metallo e delle armi, così come è stato ad esempio dimostrato
dall'Abaev e dal Dumézil nei loro studi sull'ultima propaggine degli antichi Alani, gli Osseti.
V'è certo motivo, ad esempio, di stupirsi un poco nel vedere come la corazza catafratta sia stata
adottata dai nomadi cavalieri, in condizioni di vita e di clima che la fanno sembrare scomoda. Ma in
parte la risposta a quanto andiamo cercando ci viene offerta dal fatto che "presso gli Hsiung-nu, e in
genere i cavalieri nomadi, l'invenzione della veste corazzata metallica era (...) legata a radici (...)
profonde. Il progresso tecnico trovava qui il proprio fondamento in rappresentazioni religiose, che
erano un loro antico retaggio"(6). Quest'osservazione ci permette a un tempo di superare - anche e
soprattutto quando si parta dalla storia delle idee e della mentalità - l'antica diffidenza e l'antico
disprezzo per la cultura materiale, e di cogliere senza indulgere a volgari e neofitici materialismi (che
avrebbero poi ben poco a fare, inutile dirlo, con quello storico) il nesso profondo tra ogni tipo di cultura
all'interno di una medesima civiltà. Rappresentazioni religioso-cultuali e capacità tecniche stanno in
intimo originario contatto e in rapporto di complementarità, anche se il progredire del mondo della
tecnica finisce con l'allontanarlo dai sistemi religiosi che gli erano relativi e magari con l'ostacolare la
stessa individuazione retrospettiva di quel primigenio contatto. Era uso degli sciamani turco-mongoli
coprire la propria veste d'ornamenti di ferro, fitti talvolta fino a nasconderla del tutto. Gli ornamenti
erano amuleti nei quali lo sciamano teneva prigionieri gli spiriti affinché lo servissero e lo difendessero,
o talismani contro i loro agguati.
Nella medesima civiltà, pertanto, i nemici e i demoni si respingevano con lo stesso tipo di veste;
e issati sullo stesso animale si andava all'Aldilà come alla guerra. Vita militia est, diceva san Paolo; e
con lui ripetevano i teorici ecclesiastici dell'éthos cavalleresco. Non sospettavano certo, questi ultimi,
che quelle armi e quei cavalli il cui uso essi si affannavano a giustificare alla luce del Vangelo avessero
già ricevuto, dalla lontana preistoria dei popoli della steppa, una sanzione magico-religiosa stranamente consonante con la massima paolina.
Il corredo del guerriero a cavallo nell'Alto medioevo non deve esser deterministicamente
considerato il motivo fondamentale per cui è nata la cavalleria.
La staffa fu senza dubbio un valido incremento all'equitazione e alla pratica del combattimento
equestre; e tale fu, di lì ad alcuni decenni, l'introduzione del ferro di cavallo, che permetteva più dure
prestazioni dell'animale: esso difatti, tese da allora a sparire dal lavoro dei campi, mentre ebbe avvio un
processo di selezione delle razze teso a farlo divenire un sempre più robusto, funzionale, intelligente
aiuto dell'uomo in guerra. Il cavaliere medievale, senza cavallo, non è più niente: sembra una verità
lapalissiana, ed è viceversa un dato da meditare approfonditamente, anche sul piano psicologico. Tra
cavallo e cavaliere si stabilisce una sorta di "fraternità d'armi", della quale le fonti puntualmente ci
informano. Ma, se il prestigio del cavaliere si spiega in un'età di paura e d'insicurezza, il suo
reclutamento e più in generale la sua posizione sociale ci sono chiare solo fino a un certo punto.
Abbiamo diviso schematicamente la società feudale in bellatores e pauperes (a queste due categorie i
pensatori del tempo ne aggiungevano una terza, gli oratores, "quelli che pregano", i religiosi): il
cavaliere è certo parte della prima, ma a certe condizioni e non senza qualche eccezione. All'interno del
grande ceto degli atti alle armi, che sono anche i signori dei feudi dal punto di vista politico, i loro
padroni dal punto di vista economico, i giudici delle loro popolazioni dal punto di vista giuridico,
grandi sono le differenze sociali: si va dai principes, i grandi signori, ai comites, i castellani (il
fenomeno di incastellamento del continente europeo e dell'acquisizione da parte dei castellani di diritti
spettanti in linea di diritto al regno o alle contee è caratteristico del decimo secolo), giù giù fino ai piccoli
feudatari, ai milites la cui modesta azienda agricola offre poco più del necessario per mantenersi alle
armi e che vivono talora nella perpetua paura di declassarsi socialmente, di perdere il margine di
sostanze che permette loro di appartenere, sia pure in sede subalterna al ceto dirigente. Ancora, vi sono
milites alloderi, cioè proprietari di "allodio" (la proprietà privata, non inserita nel sistema feudale); vi
sono milites mercenari, che fanno da guardia del corpo ai grandi signori e nei quali si riconosce la
prosecuzione di una società caratteristica dell'antichità germanica, il comitatus di guerrieri stretti
attorno a un capo al quale giurano fedeltà e dal quale ricevono doni, protezione e sostentamento; vi
sono, specie a est del Reno, milites di condizione personale non libera (i cosiddetti ministeriales), scelti
a coprire funzioni che quasi li nobilitano in grazia delle loro capacità, della loro fedeltà, del loro vigore
fisico. Abbiamo detto che per fare il cavaliere occorrono beni di fortuna, oppure occorre - il che è lo
stesso - un protettore che provveda certi beni: ma non va dimenticato che essi, per quanto necessari
siano, non sono sufficienti. Un cavaliere deve essere anche sano, coraggioso, forte: non basta essere
ricchi per essere adatti al mestiere delle armi, e d'altro canto alcuni poveri che sappiano mettersi
adeguatamente in mostra possono ambire a divenire a loro volta dei "professionisti della guerra".
Se l'origine sociale del cavaliere può essere tanto varia (e difatti, fino a circa tutto l'undicesimo secolo
almeno, nessuno avrà diritto per nascita all'investitura cavalleresca, che si otterrà per cooptazione da
parte di chi è già cavaliere), che cosa unisce tutti i partecipi di tale "corporazione"? (Il termine
"corporazione" è intenzionalmente impreciso, anche perché uno preciso, in italiano almeno, manca.)
Rispondiamo: due cose, vale a dire il "genere di vita" e l'iniziazione guerriera. Vediamole, per quanto
è possibile, rapidamente ma partitamente. I grandi feudatari e i loro vassalli nonché i milites del seguito
personale avevano rango, disponibilità, responsabilità molto differenti, ma condividevano non solo i
rischi in battaglia, bensì la vita quotidiana nei giorni di campagna, i gusti, la mentalità, la cultura;
spesso, giovani dei vari strati del ceto dirigente feudale venivano allevati insieme, insieme avveniva il
loro tirocinio cavalleresco. Tutto ciò creava una solidarietà e una circolazione di valori ideali che sono
ben espresse da un duplice movimento riscontrabile nelle fonti nel corso del dodicesimo secolo, ma in qualche
area già databile da prima: mentre anche i semplici cavalieri tendono ad appropriarsi del titolo di
dominus, prima patrimonio soltanto dei grandi feudatari che avevano ricevuto dal sovrano la delega
nell'amministrazione della giustizia nell'ambito del loro territorio, d'altro canto anche i più alti
feudatari, e addirittura i re, man mano che la letteratura cavalleresca si diffonde tendendo a offrire
un'etica all'intera classe feudo-nobiliare, si fregiano con sempre maggiore frequenza e orgoglio del
titolo di cavaliere. La distanza tra "alta" e "bassa" nobiltà, che resta forte sul piano strutturale, tende a
ridursi sul piano ideologico; e ciò accade appunto nel momento in cui la cavalleria tende a "chiudersi",
cioè a stabilire delle norme per cui il diritto alla vestizione cavalleresca può essere concesso solo ai
discendenti di cavaliere. Da "aristocrazia di fatto", la cavalleria procede nel corso del dodicesimo secolo alla
sua affermazione come aristocrazia di diritto, cioè come nobiltà. Da allora, solo i sovrani potranno
concedere - in deroga a queste chiusure - delle "patenti di mobilitazione" atte a creare cavalieri da
appartenenti a casate d'origine popolana. Questo fuori d'Italia: diversamente andranno le cose nei
comuni della nostra penisola, dove gli organi comunali tenderanno ad appropriarsi del diritto di
investire cavalieri, e dove ci saranno appunto anche dei "cavalieri di popolo".
Abbiamo visto dunque come da libera e volontaria associazione di guerrieri la cavalleria passi
lentamente a divenire un'istituzione regolata da norme. Questo processo fu accompagnato da una
regolamentazione scrupolosa e minuziosa del rituale di "addobbamento", come si definisce in italiano
(da un termine francese derivante dall'antico germanico) la cerimonia in forza della quale "si diventa cavalieri".
Le origini di questa cerimonia sono misteriose. Pare di poterla far risalire agli antichi Germani
(già Tacito aveva rilevato qualcosa del genere), ma si deve notare che, a livello antropologico, tutte le
"società guerriere" conoscono riti iniziatici attraverso i quali il giovane passa dalla condizione di
"apprendista" a quella di guerriero vero e proprio. Durante il medioevo riti del genere erano del resto
comuni anche alle associazioni di mestiere. Può darsi che la cerimonia germanica - di origine
evidentemente pagana - si sia modificata profondamente nel corso dei secoli altomedievali in modo da
poter rientrare in uno schema religioso cristiano: essa si presenta comunque, a partire da circa l'ottavo-nono secolo, come una semplice consegna di armi da parte di un autorevole e anziano guerriero all'iniziato.
Più tardi la cerimonia si complicherà e si arricchirà di elementi sacrali cristiani, in evidente analogia,
soprattutto, con i sacramenti del battesimo e della cresima. La Chiesa l'accoglierà tra i suoi riti,
ospitandola nei Pontificali. Il cavaliere passerà quindi attraverso varie cerimonie, e con infinite varianti
locali: la vestizione degli abiti simbolici di vario colore, la calzatura degli sproni, la consegna della
spada appesa alla cintura, che diverrà (con gli sproni appunto) il simbolo del suo nuovo grado, un
simbolico colpo (con il pugno chiuso, la mano aperta o il piatto della spada) sulla spalla o sul collo,
l'abbraccio del suo iniziatore, la benedizione del vescovo presente nelle cerimonie più tardi. A volte il
rito sarà ancora più sofisticato: una "veglia d'armi" nella notte precedente il rito, il riposo su un letto
appositamente disposto, un bagno. Ma le fasi essenziali della cerimonia, e le più antiche, sembrano
comunque essere la consegna delle armi e il misterioso colpo sulla spalla, sul significato del quale
abbondano le interpretazioni (alcuni vi vedono un semplice gesto giuridico-formale di aggregazione del
neofita al gruppo cavalleresco; altri una sorta di ammonizione a non dimenticare l'iniziazione ricevuta;
altri un'esortazione a non sopportare più offese; per qualcuno si tratta del residuo ritualizzato di una
"prova di forza", che il giovane guerriero doveva affrontare e che in origine consisteva in una percossa
vera e propria, pesante e dolorosa; per altri il gesto si deve interpretare in senso magico-rituale, come
una sorta di "decapitazione" durante la quale l'uomo vecchio muore e rinasce un uomo nuovo, il cavaliere appunto).
I caratteri rituali della cerimonia di addobbamento si precisano lentamente attraverso i secoli che vanno dal decimo al dodicesimo: possiamo seguirne le fasi attraverso le chansons de geste e i testi liturgici.
L'elaborazione liturgica dell'addobbamento altro non è che un aspetto del lungo lavoro della Chiesa
inteso a fornire di un animo e di fini cristiani la feroce cavalleria feudale. I cavalieri difatti, per quanto
nati per difendere i pauperes, i deboli, nel corso delle lunghe guerre feudali ne erano divenuti i primi
nemici. La Chiesa intervenne a più riprese: prima con l'organizzazione del movimento della Pax Dei e
della Tregua Dei, che nacque nella Francia meridionale della fine del decimo secolo e di lì si espanse verso
la Francia settentrionale e i paesi germanici, e scopo del quale era far cessare o quanto meno porre dei
freni al dilagare delle guerre feudali, impedendo che a soffrirne fossero soprattutto gli inermi. Nei vari
sinodi nei quali si incoraggiava regione per regione il movimento della "pace di Dio", venivano
precisati i doveri del cavaliere cristiano (caratterizzati sostanzialmente dalla difesa degli inermi) in
termini che poi ritroveremo nella letteratura cavalleresca. Le crociate e la creazione di Ordini
religioso-cavallereschi, cioè di monaci cavalieri che avevano il compito di difendere i pellegrini contro
i saraceni in Terrasanta, furono un ulteriore tentativo della Chiesa di umanizzare e cristianizzare i
costumi dei guerrieri feudali. Illustri pensatori e profondi mistici - da san Bernardo di Clairvaux ad
Alano di Lilla a Giovanni di Salisbury - si dettero a scrivere per additare alla cavalleria il sentiero della
cristianizzazione.
Non si può tuttavia dire che tale scopo sia mai stato veramente raggiunto. Vi furono cavalieri
profondamente cristiani, cavalieri che seppero morire da martiri della fede, cavalieri che vissero
addirittura da santi: ma il nucleo centrale dell'esperienza cavalleresca era costituito dalla guerra, e in
questo essa restava intrinsecamente non cristiana, anche se non anticristiana. Quando poi alla guerra si unirono gli ideali cortesi, con la loro componente di raffinata mondanità espressa dagli ideali
dell'amore cortese (che pure ha tante affinità, come è stato notato, con esperienze mistiche coeve),
apparve allora chiaro che la spiritualità cavalleresca non avrebbe mai potuto essere ricondotta, nella sua
interezza, alla spiritualità cristiana.
Ma come si diventava cavalieri? Se si proveniva da una famiglia di aristocratici, o anche
comunque di possessores, si era avviati al mestiere del combattente a meno di non essere in qualche
modo menomati o di non venir destinati alla carriera ecclesiastica: l'esercizio delle armi era
corrispettivo al governo degli uomini, alla gestione delle terre, all'amministrazione della giustizia. Si
poteva però anche essere piccoli possessori liberi (alloderii), oppure vassalli ai quali il rispettivo senior
aveva concesso un beneficium in cambio di alcuni servizi, il più caratteristico dei quali era il portar le
armi al suo fianco; ma non doveva esser raro il caso che individui notati per particolari doti di prestanza
fisica o d'ardimento, anche se di condizione molto umile o addirittura non libera, venissero scelti da un
senior come componenti la sua "guardia del corpo". Insomma, la detenzione di beni economici era
fondamentale, ma la salute e il coraggio potevano far sì che il necessario venisse provveduto di conseguenza.
Ne deriva che fra i milites, i quali tuttavia non appartenevano necessariamente a un medesimo
strato sociale, si andava sviluppando una sorta di comunanza di genere di vita basata sull'esercizio
delle armi e sulla condivisione di un'esistenza comune nella quale si alternavano il tirocinio e la caccia
in tempo di pace al combattimento durante il tempo di guerra. All'interno di quei gruppi, riuniti attorno
a un senior, si dovettero altresì creare o, più spesso, conservare o reinventare quei riti d'assunzione
delle armi che un tempo erano stati propri di tutti i membri maschi adulti dei popoli germanici, ma che,
con la demilitarizzazione della società, erano divenuti pratiche iniziatiche a carattere elitario. Si tratta,
come abbiamo visto, del cosiddetto "addobbamento", che segnava l'ingresso del giovane nella
"confraternita" dei guerrieri. Con l'undicesimo-dodicesimo secolo, si diffuse l'usanza di assumere, da parte di coloro
che avevano ricevuto l'addobbamento, speciali insegne in grado di distinguerli da quelli che non
avevano ricevuto tale distinzione: diritto a portare sproni, elsa della spada e morso del cavallo dorati, a
vestire mantelli foderati di vaio e via dicendo. Ciò d'altronde sottintendeva che esistevano anche
guerrieri che combattevano a cavallo ma che non venivano riconosciuti membri dell'élite dei milites: e
difatti le fonti latine del tempo li indicano con altre parole, quali equites, equitatores e via dicendo.
Ma a partire dal dodicesimo secolo dignità cavalleresca e funzione del combattimento a cavallo si
andarono allontanando fra loro: mentre cresceva il numero dei combattenti a cavallo, le monarchie
feudali cercarono accuratamente di limitare e, dove possibile, di riservare alla corona il diritto di
"armar cavalieri", cioè di consentire l'accesso alla dignità cavalleresca ormai considerata un privilegio
e la soglia d'ingresso a una distinzione sociale formalizzata. A queste "chiusure" del cavalierato - alle
quali del resto si ovviò ben presto, da parte dei sovrani, mediante parecchie deroghe, il diritto a
consentire le quali era considerato prerogativa regia - corrispose, secondo il parere di Marc Bloch, la
trasformazione della cavalleria da aristocrazia di fatto in nobiltà di diritto. La cultura cavalleresca, con
l'elaborazione di un codice etico accuratamente fissato e al quale collaborarono anche gli scritti di
teologi e di giuristi, fu il prodotto più duraturo di questo lungo e articolato processo: pur attraverso
molteplici e successive trasformazioni, si può dire che il "codice cavalleresco" sia giunto fino ai giorni nostri.
Qual è l'origine concettuale di un tale codice, che subordina rigorosamente l'uso della forza a un ideale di giustizia, facendo del cavaliere il difensore dei deboli e degli oppressi? E fino a che punto si può ritenere che esso trovasse rispondenza in una prassi effettiva?
Per rispondere a tale domanda, il nostro discorso deve abbandonare il piano che ha finora
mantenuto. È difatti certo che la cavalleria come arma nettamente egemonica rispetto alla fanteria ha
avviato la sua storia nel corso dell'Alto medioevo, anzi - secondo alcuni - ancor prima, fino almeno
dal quarto secolo. E sembra giusto anche sfruttare il suggerimento di Georges Duby e cercar di
comprendere il segreto del prestigio dell'uomo a cavallo ricorrendo alla sacralità di certi miti e di certe
immagini: non a caso, nelle culture indoeuropee e uraloaltaiche, il cavallo è presente nelle sepolture e
figura come compagno del "viaggio" del defunto nell'Aldilà. Tuttavia, non è anteriormente all'undicesimo
secolo che il prestigio del miles, del guerriero a cavallo pesantemente armato e provvisto delle insegne
che lo qualificano quale membro di una "confraternita" di guerrieri, si afferma in Occidente; e, quando
ciò avviene, l'affermazione si presenta come ampia, profonda e molto rapida. Ne fa fede la letteratura
epica. Siamo costretti pertanto a non accontentarci più di guardare alla "lunga durata" per comprendere
la chiave di tale processo, ma a ricercarne i motivi per così dire emergenziali.
E li troviamo, difatti, appunto in quell'undicesimo secolo che fu tempo di guerre feudali generalizzate e
al tempo stesso di rinascita demografica, economica e sociale. L'anarchia feudale seguita alla
polverizzazione del potere e alle incursioni barbariche era stata per lunghi decenni la normale
condizione del mondo europeo: ma quando le città, e con esse le strade e i commerci, cominciarono a
rinascere, quella precarietà e quell'insicurezza non potevano più essere tollerate in quanto intralciavano
la ripresa dello sviluppo. In mancanza di poteri statali in grado d'imporre un limite alle soperchierie e
alle violenze delle aristocrazie guerriere e delle loro comitive armate, fu la Chiesa - rappresentata,
diocesi per diocesi, dai suoi vescovi - a elaborare un programma di autodifesa delle comunità urbane e
rurali, al quale aderirono anche molti seniores feudali e parecchi milites. Tale programma,
caratterizzato da una ferma volontà di pacificazione, non poteva d'altro canto proporsi la pace come
obiettivo totalizzante: la società del tempo era pensata sulla guerra e per la guerra. Si potevano tuttavia
porre sotto la tutela della Chiesa pena la scomunica di chi avesse attentato alla loro sicurezza, luoghi
(santuari, mercati, ponti, strade) o categorie di persone (i chierici, i pellegrini, le vedove, gli orfani) sui
quali si stendeva il manto protettore di una legislazione ecclesiastica eccezionale. Furono queste la Pax
Dei e la Tregua Dei da noi sopra ricordate, la cui efficacia venne estesa a giorni speciali della settimana
o a particolari periodi dell'anno, nei quali il combattere veniva dichiarato sacrilegio. La minaccia della
scomunica valeva a scoraggiare in parte i violenti: lo si vede con chiarezza dalle ricche donazioni di
terre e di beni fatte ai monasteri dagli aristocratici in suffragio delle anime loro e dei membri dei loro
casati; il terrore dell'Aldilà e delle pene eterne era evidentemente qualcosa di concreto. Tuttavia,
sovente le misure spirituali non bastavano: allora i prelati delle varie regioni ecclesiastiche, riuniti nel
loro sinodi, emanavano vere e proprie ordinanze e chiamavano a raccolta delle leghe di laici, dette
appunto "Leghe di Pace", funzione delle quali era ridurre i riottosi a miglior consiglio. Nelle
deliberazione di questi sinodi, che ci sono pervenute, troviamo i capisaldi della futura etica cavalleresca; gli stessi prelati riformatori dell'undicesimo secolo, papa Gregorio settimo in testa, elaborarono a loro volta il ritratto ideale del miles Christi inteso come guerriero virtuoso, che combatte in nome di Dio e
della Chiesa, che è ligio alla gerarchia chiericale e la cui massima aspirazione è cadere contro i nemici
della fede. In questo senso, l'esperienza cavalleresca veniva a coincidere con il martirio. Era davvero
nata la cavalleria cristiana, che avrebbe fatto le sue prove nella Reconquista spagnola, nelle guerre dei
Normanni contro gli Arabi in Sicilia, infine nelle crociate.
Fedeli alla Chiesa e ad essa rigorosamente subordinati, questi cavalieri restavano nondimeno
laici. Ma nel dodicesimo secolo, basandosi sull'esperienza delle guerre contro i musulmani in Spagna e nel
Vicino Oriente, vi fu chi elaborò il concetto, l'ideale e le forme istituzionali di una cavalleria che
avrebbe dovuto risolversi totalmente nelle istituzioni e nelle strutture ecclesiali. Si ebbero così gli
Ordini religioso-militari, il nucleo fondamentale dei quali era costituito di monaci "laici" con funzioni
di combattenti, ripartiti in cavalieri e in servienti. Il monaco-guerriero, espressione di una realtà nuova
ma anche di un concetto rivoluzionario (dal momento che, tradizionalmente, chiunque entrasse nel
clero rinunziava alle armi e all'esercizio della forza), rappresenta la soluzione estrema della cavalleria
nell'ordine ecclesiastico. A partire dal Trecento parecchi sovrani modelleranno, sull'esempio degli
Ordini religioso-militari, degli Ordini cavallereschi "di Corte", la cui funzione specifica sarà la difesa
della corona, della casata regnante e della patria. Da tali Ordini nasceranno di solito le moderne onorificenze cavalleresche.
Si evolveranno nel frattempo anche equipaggiamento e modo di combattere. Certo è comunque
che addestrare ed equipaggiare un cavaliere costava molto, e che almeno fino al dodicesimo secolo inoltrato
non vi sono tracce apprezzabili di una capacità, da parte di armati a piedi, di resistere agli armati a
cavallo. Il cavaliere dell'età carolingia aveva, come armi offensive, lancia e spada, ma usava sovente
anche l'arco, che in seguito sarebbe stato bandito dalla panoplia cavalleresca perfino per la caccia (il
cavaliere uccellava con il falcone oppure inseguiva il cervo, l'orso e il cinghiale con lo spiedo o lo
stocco, disdegnando come "sleali" le armi da lancio). Egli aveva elmo e scudo come armi di difesa ma
soprattutto era caratterizzato, a quel fine, dalla bruina: una specie di giaccone imbottito di grossa stoffa
o di cuoio, rinforzato da borchie o bande di metallo. Con l'undicesimo secolo, tale indumento venne sostituito
da uno più costoso e sofisticato, già in uso in Oriente: l'usbergo, cioè la lunga cotta di maglia di ferro
costituita da una fitta trama di anelli intrecciati fra loro. Leggera e robusta, la cotta di maglia di ferro -
per tutto il dodicesimo secolo lunga fin sotto le ginocchia, poi progressivamente ridotta - era munita di guanti e
cappuccio e s'indossava sopra una lunga camicia di tela resistente. Essa era accompagnata da elmo
conico o troncoconico fornito di nasale e da un lungo scudo a mandorla, in grado di difendere il
cavaliere per l'intera lunghezza della sua figura.
Vediamo quest'armamento subire profonde modifiche nel corso del Duecento. La cotta di
maglia di ferro si accorciò fin sopra il ginocchio; una "cotta d'armi" di stoffa talvolta anche preziosa,
dipinta o ricamata, venne a coprire l'intera armatura; l'elmo assunse una forma caratteristica, "a
secchia rovesciata"; i punti critici dell'usbergo, dov'esso era più esposto all'usura o ai colpi del nemico
(le gambe, le ginocchia, i gomiti, la gola, il torace), andarono coprendosi di pezzi d'armatura "a
piastra" sagomata; fra Duecento e Quattrocento questi pezzi divennero sempre più numerosi, fino ad
approdare alla vera e propria armatura di piastra che rendeva il cavaliere simile a un automa d'acciaio,
e che del resto servì sempre, piuttosto che allo scontro in campo aperto, al torneo o alla parata.
L'armatura di piastra rendeva del resto pleonastico l'uso dello scudo, che difatti andò sempre più
riducendo le sue dimensioni fino a divenire in pratica soprattutto un supporto delle insegne araldiche
(utili anche a identificare i guerrieri, ora che l'armamento difensivo li copriva dal capo ai piedi) o ad
assumere forme specifiche come la cosiddetta "targa da torneo".
Una tale evoluzione dell'armamento non era certo vantaggiosa, per quanto potesse avere
interessanti risvolti estetici e potesse essere consentita da notevoli processi tecnologici nel campo della
metallurgia e dell'allevamento equino. Difatti la massa di ferro temprato necessaria a garantire le difese
di un solo cavaliere diveniva ingente; e parimenti ingente diveniva - nonostante la perizia dei maestri
armaioli, abili nel forgiare piastre sottili e leggere ma al tempo stesso resistenti - il peso che il guerriero
doveva sopportare; i costi dell'equipaggiamento, poi, salivano ulteriormente; diveniva inoltre
impossibile impegnare in troppo lunghe azioni belliche uomini tanto gravati di metallo; infine, era
necessario selezionare cavalcature sempre più robuste in grado di sostenere pesi così massicci, ma ciò
riduceva molto la loro velocità e capacità di manovra ed esponeva quindi i cavalieri per un tempo
maggiore all'offensiva nemica.
Essendo quindi evidenti gli svantaggi di una tale evoluzione, perché mai essa si impose
comunque? La risposta, in fondo, è semplice: la paura; o, se si preferisce, il bisogno di sicurezza.
Il cavaliere, fino al dodicesimo secolo, era "invincibile" se non da chi fosse armato come lui.
Raramente rischiava di morire sul campo; più consueto semmai era che venisse catturato e dovesse
pagare un riscatto. Gli insigniti della dignità cavalleresca erano una specie di "internazionale" che si
riconosceva nella comune educazione e nel comune immaginario nutrito di poesia epica e di romanzi
arturiani: nella logica di una "internazionale" del genere, il cavaliere nemico sconfitto era un "fratello
d'arme" che aveva diritto a esser trattato il meglio possibile, secondo un rigoroso cerimoniale. Soltanto
di fronte agli assedi le armate cavalleresche si infrangevano; un assedio si trasformava facilmente in un
blocco alla città o alla fortezza assediata, delle quali si attendeva la resa per fame o la caduta per tradimento.
Ma le crociate condussero, sotto questo profilo, a una rapida evoluzione. Le tecniche d'assedio
si animarono, e protagonisti di esse erano dei non-cavalieri; intanto - nonostante le proibizioni,
formulate perfino in sede conciliare dalla Chiesa - entravano in uso nuove armi da lancio, come l'arco
lungo o la balestra in grado di perforare gli usberghi di maglia e anche le armature di piastra;
l'introduzione delle armi da fuoco, già dal Tre-Quattrocento ma con maggior estensione e efficacia nel
corso del primo quattordicesimo secolo, distrusse la mitica invulnerabilità della cavalleria.
Tra dodicesimo e sedicesimo secolo, la cavalleria dispose largamente di uno strumento nel quale si
confrontava con se stessa e si presentava al di fuori: il torneo.
"Torneo" è parola derivata dall'antico francese, e imparentata probabilmente con l'idea di
giravolta, di manovra equestre. Il mondo medievale usava, a qualificare quel tipo di giochi, il termine
latino hastiludium: con ciò indicando che l'arma tipica del torneo era la lancia (anche se, in alcuni
giochi, potevano entrare in realtà anche altri tipi di armi e si poteva combattere non solo a cavallo ma
anche a piedi) e ribadendo il carattere di ludus, quindi di gioco, di quelle gare. Ma, attenzione, "gioco"
più nel senso di game che in quello di play: la contesa, la rivalità, la scommessa, erano profondamente
legate al gioco d'armi "in campo chiuso", che essenzialmente per questo - per l'esser cioè delimitato
nel giro di una lizza - si differenziava dalla battaglia "in campo aperto".
Gli studiosi ancora legati all'idea di una storia intesa come un più o meno armonico e ordinato
sviluppo di forme e di istituzioni hanno sottolineato come il torneo derivi dai giochi militari ed
equestri, dei quali molte sono le testimonianze antiche dai poemi omerici in poi. Tuttavia, poiché siamo
nel regno dei cavalli e dei cavalieri, è a partire dalla "civiltà delle steppe" che si è guardato per cogliere
la "preistoria" dei tornei; e, dalle fonti che trattano dei giochi guerrieri dei Sarmati e degli Unni fino ai
rilievi sasanidi di Taq-i-Rustam in Iran, casi ed episodi di giochi equestri con l'asta pesante si sono
rilevati con una certa frequenza.
Ma chi al peso delle consuetudini e all'idea di uno sviluppo deterministicamente inteso
preferisce contrapporre il ruolo delle innovazioni, che segnano altrettante tappe nella storia umana, ha
notato che per il torneo nella sua forma classica due sono le condizioni: la solidarietà stretta - dal punto
di vista dell'equipaggiamento e degli strumenti non meno che da quello dell'addestramento - del
cavallo e del cavaliere; e una tecnica particolare, quella dell'attacco frontale portato con la lancia tesa,
parallela al cavallo e al suolo, saldamente tenuta sotto l'ascella e su cui posa l'intero corpo del
torneante. Tutte queste condizioni non si verificarono in Europa prima dell'undicesimo-dodicesimo secolo: il che in
certo senso darebbe ragione alla tradizione secondo la quale sarebbe stato un cavaliere angioino,
Geoffrey de Preuilly, a "inventare" i tornei attorno alla metà dell'undicesimo secolo. Può darsi che la datazione
effettiva dell'avvio del torneo debba essere un po' abbassata: certo, a partire dalla metà circa del dodicesimo 
secolo molte fonti - dai romanzi cavallereschi alle scene di guerra dipinte o scolpite - cominciano a
descrivere con dovizia scene di torneo.
Ma qual è il credito da dare a queste narrazioni, a queste travolgenti immagini? Dapprima
"specchio" della realtà circostante, da un certo punto in poi letteratura e arte ne sono, al contrario,
modello: a partire dal primo Duecento vediamo che nella cronaca si presentano con una certa frequenza
casi di tornei ispirati a vicende e a personaggi, ad esempio, del mondo arturiano: sino a configurare
vere e proprie azioni drammatiche, racconti recitati dei quali la gara guerriera sarà il centro, ma dove
l'episodio delle armi verrà inquadrato in una trama narrativa. Si giungerà così ai pas d'armes francesi,
ai pasos honrosos spagnoli, ai "tornei a tema" che saranno una vera e propria forma di spettacolo. Le
pesanti armature, le sopravvesti e gli scudi dipinti, gli alti cimieri dalla complicata decorazione - in cui
sempre più abbondavano, accanto ai riferimenti propriamente araldici, quelli ermetici ed esoterici -
condussero gradualmente il torneo a divenire qualcosa di molto simile a un rito in maschera. Nel tredicesimo secolo i tornei paiono essere stati più delle piccole battaglie che non delle battaglie simulate: vi si combatteva in squadre che si scontravano alla rinfusa - la melée - e pare vi si sperimentassero anche nuovi sistemi tattico-strategici: insomma, l'addestramento sembrava prevalere, e di gran lunga, sul
gioco. Ma il torneo era anche collegato con l'ordalia e finiva sovente per essere l'occasione nella quale si regolavano vecchi e recenti conti.
Queste e altre furono le ragioni per cui la Chiesa si schierò sempre con decisione contro i tornei,
predicando al fine d'impedirne l'uso e giungendo a vietare che chi cadeva in tali giochi ricevesse
sepoltura in terra consacrata. Oltre allo spettacolo della violenza, dell'accanito disprezzo per la vita
propria e altrui del quale i torneanti facevano mostra, della venalità - perché i tornei erano a premio, e
vi erano addirittura dei "corridori di torneo" di professione che ne vivevano - a preoccupare la Chiesa
doveva essere la vanitas, il lusso e la vanagloria che vi si ostentavano, e insieme con loro
un'inseparabile compagna, la lussuria. I tornei erano difatti un luogo privilegiato dell'amor cortese, i
fasti del quale si celebravano fuori del matrimonio, ed erano occasione di frequenti adulteri. Molti
racconti ci hanno tramandato l'atmosfera erotica che pervadeva queste feste: come il caso, celebre,
della dama che, alla sera, si mostrava in pubblico coperta solo della camicia insanguinata con la quale il
suo amante aveva, di giorno, torneato per lei.
Fra tutti questi caratteri, almeno quello della violenza andò attenuandosi con il tempo; si
cominciò a distinguere tra tornei à plaisance, giochi di destrezza che si celebravano con armi smussate,
e tornei à outrance, sfide con armi appuntite e affilate. Intanto, a partire dal quindicesimo secolo, sul torneo - che
si combatteva a squadre - aveva la meglio la "giostra", nella quale i gareggianti si affrontavano in
coppia, partendo di carriera dalle due estremità di un lungo campo e separati da una "barriera" che lo
divideva in due spazi non comunicabili.
Il torneo aveva dato ormai luogo a una vera e propria cultura. Un po' dappertutto, nell'Europa
tre-quattrocentesca si erano formate "brigate" o "compagnie" di giovani torneanti, contraddistinte da
speciali insegne ("imprese", "divise") e il cui scopo dichiarato era organizzare feste e tornei, non senza
tuttavia che esse svolgessero anche un ruolo di pressione e di condizionamento politico nei loro
ambienti sociali. Corti come quella d'Angiò, di Borgogna, di Ferrara, divennero note per la frequenza e
la ricchezza con le quali celebravano i loro tornei. Nacque anche tutta una letteratura specialistica, che
descriveva il cerimoniale da usarsi nei tornei: all'interno di questo genere letterario, il modello più
celebre è senza dubbio il Traité de forme et devise d'un tournoi di Renato d'Angiò.
Ma il torneo non era tipico soltanto delle società principesche. Nella Firenze del Magnifico
Lorenzo, ancora almeno formalmente retta da istituzioni repubblicane, i Medici incoraggiavano giostre
e tornei proprio in quanto, attraverso essi, si andava affermando un ideale di vita e di governo animato
da sentimenti aristocratici e cavallereschi sentiti come adatti a condizionare l'opinione pubblica
rendendola favorevole all'instaurazione di un regime dinastico: il che difatti avvenne. In Germania,
invece, ogni città aveva i suoi "libri di torneo", i suoi Turnierbücher, garanzia di una società che si
andava gerarchicamente disponendo per livelli di maggiore o minore nobiltà e nella quale la
partecipazione alle gare militari costituiva un titolo di prestigio molto preciso.
La decadenza militare della cavalleria pesante - determinata ai primi del Cinquecento dalle
armi da fuoco e dalle fanterie - provocò tuttavia un deciso e irreversibile scollamento fra il torneo e gli
usi guerrieri, mentre d'altro canto si andava affermando, per dirimere le questioni fra i nobili, l'uso del
duello. Torneo e giostra andarono così decadendo, sostituiti sempre più dalla quintana e da altri giochi
nei quali lo scontro fra antagonisti era limitato. In età barocca, una cavalleria armata più leggermente
restaurò poi il gioco equestre, ma sotto forma dello spettacolare carosello. Né il teatro, ormai maturo,
sentiva più il bisogno dei "tornei a tema". La civiltà del torneo dunque decadde, per venir richiamata nostalgicamente in vita - sia nelle rievocazioni letterarie, sia in qualche revival folklorico e sportivo specie in Gran Bretagna - solo nel romantico Ottocento.
Qualche parola in più si può forse dedicare, in questa sede, al "caso" italico. Nella penisola i costumi cavallereschi avevano avuto un notevole successo fin dal dodicesimo secolo: ma, almeno nella parte
centro-settentrionale della penisola, si erano adattati al mondo cittadino e mercantile che la distingueva.
Prendiamo ad esempio la Toscana.
La regione era stata interessata fin dal tardo Duecento dalla presenza di "brigate" o
"compagnie" dai nomi evocatori, come "Signore dell'Amore", "Tabula Rotunda", "Cavalieri della
Banda". Si trattava di sodalizi cavallereschi il cui primario scopo apparente era organizzare feste e
banchetti, anche se in molti casi essi sembrano piuttosto aver giocato un ruolo di pressione quando non
d'intimidazione politica. Loro modello immediato pare essere stato, sul piano letterario, quello dei
sodalizi cavallereschi presenti nei romanzi arturiani - i cavalieri della Tavola Rotonda e quelli del
Graal anzitutto - ma, sul piano politico, quello degli Ordini cavallereschi di corte che, del resto, a quelli
letterari a loro volta s'ispiravano.
Nella Firenze dei primi anni Quaranta del tredicesimo secolo, che già aveva conosciuto varie "brigate"
cavalleresche - egemonizzate tuttavia da grandi magnati guelfi come Jacopo de' Rossi o Betto
Brunelleschi - e che pur conservando fede al suo tono di vita popolano era andata in delirio per le gesta
cavalleresche di un Aimeric di Narbona o, più tardi, per quelle di capitani di ventura non sempre
onestamente specchi di virtù cortesi e guerriere, una prima saldatura forse anche estetico-politica fra
popolani - o popolani "minuti" - e cavalieri si era avuta con la breve dittatura di Gualtieri di Brienne.
Il duca d'Atene aveva saputo usare il fascino del fasto cavalleresco per piegarlo alle sue opportunità
politiche: e a un ceto dirigente popolano-grasso, che si distingueva per grettezza e per viltà, aveva
saputo contrapporre (sia pur solo in un senso, diciamo così, scenografico) la "larghezza", cioè la
magnificenza, d'un viver cavalleresco che sapesse conciliarsi con la generosa misericordia nei
confronti dei più umili. Una ricetta del genere l'aveva già tentata qualche anno prima Carlo di Calabria,
alla cui scuola non a caso si era formato appunto Gualtieri; e, prima di tutti e due, ci era riuscito almeno
per qualche tempo Corso Donati, il quale (come diceva Dino Compagni, che pur non amandolo non
sapeva trattenersi in fondo dall'ammirarlo) "quando passava per la terra molti gridavano: "Viva il
barone!", e parea la terra sua".
E parea la terra sua. Questo potrebb'essere, in fondo, il motto d'ogni buon cavaliere e la
didascalia atta a idealmente accompagnare qualunque immagine di guerriero a cavallo, dal bel san
Martino di Simone Martini nella basilica inferiore di Assisi fino al Guidoriccio da Fogliano sulla cui
autenticità tanto si continua a discutere. L'idea della maestà, della serena vittoria del Bene sul Male -
l'archetipo di san Giorgio - della forza congiunta con la fermezza e la bontà, fa sì che il cavaliere
divenga uno dei simboli della bellezza assoluta. Così la cantava Guido Cavalcanti:
Beltà di donna di piagente core,
e cavalieri armati, che sian genti;
cantar d'augelli e ragionar d'amore...
In questo modo, dall'immagine del guerriero a cavallo veniva quasi allontanato ogni esplicito
richiamo alla violenza, alla hýbris ferina che con essa - con l'immaginario cavalleresco e con quello
epico in genere - ha poi tanti contatti.
D'altro canto, nella Firenze trecentesca sembrava quasi profilarsi un conflitto tra due diverse
forme di cavalleria e di dignità cavalleresca. Da una parte una tradizione magnatizia che, attraverso gli
episodi di Corso Donati e di Gualtieri di Brienne - s'insinuava fino a lambire gli strati più umili della
popolazione, e in cui il cavaliere appariva essenzialmente come due cose: il detentore del potere e il
vindex pauperum, l'advocatus, secondo una sorta di vocazione già viva nell'undicesimo secolo. Dall'altra la
difesa attenta e scrupolosa di segnali e di privilegi, gli uni e gli altri correlativi all'esercizio del potere,
e comunque di una superiorità quale si andava soprattutto presentando nella cura con la quale la parte
guelfa - organo per eccellenza del ceto dirigente grasso-popolano in via di trasformarsi in élite
oligarchica - monopolizzava usi e cerimonie della cavalleria.
Nell'arco della prima tendenza, quella che da lontane suggestioni magnatizie trascorre a pretese
popolano-subalterne, si possono enumerare i casi della cavalleria concessa nell'aprile 1376 dal Comune
ai membri della magistratura cittadina detta gli "Otto della Guerra" (i celebri "Otto Santi") e i
sessantasette cavalieri addobbati frettolosamente e alla rinfusa dai Ciompi il 20 luglio 1378. Nel primo
si provvedeva a che si confezionassero scudi e pennoncelli recanti rispettivamente l'arme araldica di
ciascuno degli Otto, alla quale si doveva aggiungere il signum amorum libertatis Comunis Florentie,
che gli Otto e i loro discendenti in linea maschile avrebbero potuto inalberare liberamente. Quanto agli
insigniti della cavalleria da parte dei Ciompi, il 18 ottobre successivo al loro tumultuoso
addobbamento, quelli che vollero "mantenere la chavalleria" si recarono vestiti di verde - come si
addiceva ai cavalieri novelli - alla piazza dei Signori, dove ricevettero "una targia e un pennone de l'arme del Popolo".
Queste nuove istituzioni cavalleresche, in evidente concorrenzialità con il vecchio ceto dirigente
grasso-popolano - che, dopo avere avversato la cavalleria come segno di pertinenza magnatizia alla
fine del Duecento e ai primi del Trecento, se ne era appropriato - non avevano alcun valore polemico o
tanto meno satirico. Le ipotesi che ad esempio i Ciompi avessero voluto crear cavalieri per diminuire il
valore della cavalleria e quasi gettarla nel ridicolo è ormai stata del tutto abbandonata: al contrario, è
proprio nella misura in cui i Ciompi avvertivano il gesto del crear cavalieri come atto d'esercizio del
potere che essi intendevano appropriarsene. Nulla fa però pensare a indifferenza, ironia, polemica o
disamore da parte dei ceti dominati per le istituzioni cavalleresche e per il correlativo fasto. Al contrario.
E appunto perché far cavalieri ed esser cavalieri comportava la gestione d'un potere e d'un
prestigio, la Parte Guelfa era così impegnata a spendere per crear cavalieri e gelosa custode del suo
privilegio negli addobbamenti. Ai cavalieri novelli si donavano solitamente, fra Trecento e
Quattrocento, pennone, targa e copertura del cavallo, tutti caricati delle armi del popolo oppure della
Parte. E i colori di Parte Guelfa - il bianco del campo dell'insegna, il rosso dell'aquila "rovesciata" e il
verde del drago - che erano anche i colori delle virtù teologali e che Dante aveva esaltato nel Paradiso
rivestendone Beatrice, sembrano signoreggiare nelle feste cavalleresche fiorentine. Un elmetto "tutto
fornito d'ariento dorato, e penne rosse, bianche e verde" fu l'"onore", vale a dire il premio, di una
giostra fatta il 31 ottobre 1406 per festeggiare la presa di Pisa, un episodio questo che fu
particolarmente sottolineato da cerimonie di tipo cavalleresco.
Nel corso del Trecento la Toscana fu teatro di alcuni addobbamenti memorabili. Già Folgore da San Gimignano, ispirandosi a un testo proto-duecentesco francese, aveva scritto, in una collana di
sonetti, la completa descrizione di una vestizione cavalleresca. Sono rimaste celebri le cerimonie di
addobbamento di Francesco di Sozo Bandinelli a Siena fra il 18 e il 25 dicembre del 1326: ancora
prima, quella di Ildebrandino Giratasca d'Arezzo nel 1260; e più tardi quella di Giovanni e di Gualtieri
(quest'ultimo un bambino di appena cinque anni...) Panciatichi di Pistoia, fatta a Firenze tra 25 e 26 (o, secondo altri, tra 26 e 28) aprile 1388.
Pennoni, targhe, insegne, cimieri, armi araldiche, "divise" e "imprese" si trovano abitualmente
citati, e sovente descritti, nelle cronache fiorentine tre-quattrocentesche, anche in quelle redatte da
autori di semplice o, sovente, addirittura umile estrazione. Nella vita di alcuni personaggi del tempo,
poi, sembra che l'araldica e l'emblematica siano assurte a valori pregnanti: messaggi politici, familiari,
morali, ammonimenti, minacce, tutto veniva espresso attraverso questo tipo di mezzo di
comunicazione: valga ad esempio il caso di Maso degli Albizzi, che sembra continuamente impegnato
a modificare il suo cimiero in relazione a impegni d'onore che sentiva di essersi assunto e a segnali che
doveva dare ad amici e ad avversari.
Una sorta di amabile follia? Un "autunno del medioevo" ritrascritto in termini fiorentini? Un
"umanesimo cavalleresco" - come qualcuno ha amato chiamare alcuni aspetti di questa cultura - o
addirittura "gotico", come sarebbe forse più polemico, o più pittoresco, o più kitsch, definire questi atteggiamenti?
Non è un problema storico dare una risposta a domande di questo genere. Problema storico è,
invece, stabilire da dove questa infatuazione cavalleresca poteva venire e in quale contesto si muoveva,
quale funzione sia culturale sia politica poteva rivestire.
Anzitutto, non sfuggirà che alla luce della "moda" cavalleresca si modifica alquanto il
panorama di una Firenze saldamente "repubblicana", e sale al proscenio l'immagine di una Firenze a
sua volta percorsa da tentazioni signorili ricorrenti, anche se tutte - o quasi - fallite: e l'onore
cavalleresco, il fasto cavalleresco, sono, com'è noto, uno dei segnali estetici e politici della signoria.
Corso Donati, e poi Betto Brunelleschi e poi Carlo di Calabria, e poi Gualtieri di Brienne, e poi Rinaldo
degli Albizzi, sono tutti "signori mancati" di Firenze; e se è vero che, fra tutti, sarà proprio il meno o
per nulla cavalleresco Cosimo a guadagnarsi infine la città, e con atteggiamenti tutt'altro che sovrani o
guerrieri, vero è altresì che già i Medici della "seconda" e soprattutto della "terza" generazione -
Lorenzo e Giuliano, ad esempio - modificheranno profondamente tale atteggiamento e tali valori per
conferire alla loro signoria un'aura cavalleresca molto intensa, che soltanto il pregiudizio "umanistico"
della loro rivisitazione dal Romanticismo a oggi ha impedito di cogliere nel suo effettivo valore.
Ma era una cavalleria speciale, dotata di una forte carica paradigmatica e quindi, forzosamente,
metastorica. Una cavalleria sempre meno impegnata nella vera guerra e sempre più distinta quindi
dall'uso "ludico-sportivo" di armi che avevano un corrispettivo sempre meno diretto sui campi di
battaglia. Una cavalleria status symbol, che era necessario tradurre in termini culturali congrui rispetto
a quelli che al momento apparivano più significativi; e che quindi doveva per forza di cose misurarsi
con i valori etici, estetici e anche civici del mondo classico.
La cultura cavalleresca tardo-rinascimentale aveva, per così dire, "cavallerizzato" la storia
universale concependo il ciclo dei nove preux, rappresentati come re-cavalieri desunti dai tre
fondamentali filoni di quella che appariva la storia universale: il biblico, il greco-romano, il
cavalleresco. Questa rilettura della storia universale in chiave di biografie eroiche poteva ancora
funzionare sotto i cieli piemontesi; ed è difatti quella che vediamo affrescata nelle sale del castello della
Manta a Saluzzo. Ma là dove il soffio della cultura romana e di lì a poco greca aveva possentemente
alitato, questi schemi non funzionavano più. Ora, se le virtù restavano sostanzialmente "cavalleresche",
il quadro della storia visitata cambiava: e i viri illustres scelti dal clima umanistico potevano essere
quelli dell'Anticappella del Palazzo Pubblico di Siena - gli eroi della libertà repubblicana di Roma
oppure gli imperatori del palazzo Trinci di Foligno, oppure la Sala Virorum Illustrium di Padova. Da
Cornelio Nepote a Svetonio al Petrarca al Boccaccio, è tutto un nuovo modo di considerare la fama e la
gloria che ci si fa dinanzi. E non, attenzione, un modo di superare o di dimenticare o di rinnegare la
cavalleria, bensì un modo di riviverla e di riconsiderarla. Ma, al di là degli antichi - e punto d'arrivo
"medievale" di questa tradizione sarà l'affresco dei grandi Romani di Domenico Ghirlandaio a Firenze,
nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio - era l'età contemporanea la direttamente coinvolta da un
progetto di gloria nel quale la cavalleria forniva un inquadramento tradizionale modificato ma mai
veramente posto da parte: si pensi al Liber de civitate Florentia et eiusdem famosis civibus di Filippo
Villani e agli affreschi già eseguiti da Andrea del Castagno per la villa Carducci di Legnaia.
Ora, sono forse proprio gli affreschi di Andrea a porci su una nuova strada. La triade dei famosi
cives, tutti distinti da abbigliamento e atteggiamento guerriero - Farinata degli Uberti, Niccolò
Acciaioli, Pippo Spano - se da una parte rompe decisamente, e seguendo un'indicazione dantesca, con
un secolo e mezzo d'omertà guelfa attorno alla damnatio memoriae della casa degli Uberti, dall'altra
sceglie d'illustrare la gloria fiorentina proprio attraverso due personaggi che avevano optato per la
diaspora e l'aventure, il siniscalco Acciaioli e Filippo degli Scolari, rampollo del ramo ghibellino della
grande schiatta dei Buondelmonti, fedele dell'imperatore Sigismondo, combattente contro gli infedeli e gran mecenate.
Sono gli influssi cavallereschi che arrivano dalla Francia, da Napoli, dalla stessa Europa centrale - e magari anche dalle grandi e piccole corti principesche d'Italia - a obbligare gli stessi
Medici a far propria una cultura cavalleresca che sulle prime era forse stata piuttosto appannaggio dei loro avversari, gli Albizzi.
Tra le Stanze del Poliziano e il Morgante del Pulci, non meno di quanto avvenisse fra la gente che affollava la piazzetta di San Martino del Vescovo per ascoltare i cantambanchi, la cultura medicea
fu in effetti una cultura profondamente permeata di valori e di richiami cavallereschi. Il Magnifico Lorenzo, tuttavia, fece sì che gli exploit cavallereschi suoi e del suo casato fossero costantemente
oggetto d'una serrata organizzazione del consenso. Se l'araldo Francesco Filarete poteva comporre un Cerimoniale della Repubblica fiorentina nel far cavalieri e ricevere oratori che può sembrare un gelido e disseccato componimento, i festosi e fastosi resoconti delle giostre e delle armeggerie medicee ci parlano al contrario il linguaggio del lusso, del divertimento, del potere, del piacere.
Nella giostra e nell'armeggeria laurenziana non si ammira chi ha ragione dell'avversario.
Accade esattamente il contrario: vince, in una gara che dal punto di vista sportivo e militare è ridotta al
minimo, colui all'ammirazione del quale l'intera regia dello spettacolo è preliminare d'una giostra, la
"mostra": il momento della vera teofania del potere, il momento in cui il principe viene riconosciuto come tale dalla città.
Proviamo, senz'addentrarsi troppo fuori del periodo considerato convenzionalmente come
"medioevo", a tirare un po' le somme. Abbiamo visto che il movimento della Pax e della Tregua Dei
segnò un primo passo nell'ambito di un complesso percorso di limitazione e moralizzazione della
guerra dal quale sarebbero scaturiti i fondamenti dell'etica cavalleresca. I pontefici riformatori della seconda metà dell'undicesimo secolo, e soprattutto Gregorio settimo, contribuirono dal canto loro al processo in corso elaborando una figura nuova, quella del miles sancti Petri che spendeva la sua vita a difendere la
causa della Chiesa riformata. Venne così a modificarsi l'immagine tradizionale della militia Dei, o
militia Christi. Tali espressioni, originariamente impiegate a indicare i martiri e quindi i monaci e gli
asceti, vennero usate di nuovo dalla pubblicistica dei riformatori per qualificare quei guerrieri che
accettavano di impegnarsi con le armi per sostenere il programma di riforma ecclesiastica. D'altro
canto, i riformatori gregoriani incoraggiarono anche spedizioni armate contro gli infedeli, come le
crociate in Terrasanta o la Reconquista in Spagna; e intanto, anche le peraltro ancor fluide cerimonie di
addobbamento si andavano caricando di elementi simbolico-rituali sempre più esplicitamente riferiti
all'intensificarsi di questa nuova vocazione etica dei cavalieri. E per converso nasceva la dimensione
de "l'anticavaliere", vale a dire del guerriero che, non intendendo abbandonare gli antichi costumi di
violenza e porsi al servizio dei deboli assecondando il programma di riforma anche morale della
Chiesa, veniva dichiarato indegno della cintura cavalleresca.
Le chansons de geste e più tardi il romanzo d'aventure avrebbero diffuso gli ideali cavallereschi, a sostegno dei quali sarebbe stata prodotta, dal Duecento in poi, anche un'abbondante
letteratura di tipo epico-allegorico sui significati delle armi e dei riti di addobbamento. Tale cerimonia
sarebbe però stata accolta solo tardivamente (fine del tredicesimo secolo) dalla Chiesa nel numero dei riti
liturgici ufficialmente accolti (anche se la benedizione delle armi, non diversamente, del resto, da
quella di molti altri strumenti, si praticava dal decimo secolo).
Da allora in poi si sarebbe andata configurando la dimensione del cavaliere come miles pacificus, guerriero portatore di una pace che era a sua volta anche e prima di ogni altra cosa giustizia,
e quindi impegnato nella difesa della Cristianità sia ad intra, contro tyranni e praedones, sia ad extra,
contro gli infedeli. Lo svilupparsi della cultura cortese e della tematica della "Fin'Amor" avrebbe interiorizzato e spiritualizzato questa tematica introducendovi i sottili, inquietanti elementi del servizio d'amore alla dama e della ricerca di sé simbolizzata dal mito del Graal.
È stato d'altronde notato che questi esiti della Weltanschauung cavalleresca rappresentarono la
risposta propriamente "laica" a un'ulteriore offensiva della Chiesa, specie nei suoi ambienti più mistici,
tesa a dimostrare una più vasta e integrale chiericalizzazione della societas Christiana. Tale offensiva
si sarebbe concretata nella fondazione di speciali Ordini religiosi, i quali accoglievano anche taluni
fratelli laici di condizione cavalleresca. Quello del guerriero che, dopo una vita di dissolutezze, entra
nel chiostro era un vecchio tópos letterario. Nell'undicesimo secolo non erano mancati esempi di guerrieri che,
effettivamente toccati dal bisogno spirituale di cambiar vita, abbandonassero sul serio le armi. Tale
atteggiamento era stato anzi così forte, forse addirittura tanto - sia pur relativamente - diffuso, che
alcuni polemisti gregoriani imponevano ai loro seguaci di condizione cavalleresca di non cedere al
richiamo della vita monastica per non abbandonare il fronte della lotta armata, della quale la Chiesa
riformata aveva bisogno. Le cose cambiarono con le crociate, che da una parte misero in luce il fatto
che in realtà era sentito, all'interno del ceto militare, il bisogno di penitenza mentre dall'altro posero
con forza il problema del presidio delle nuove terre conquistate dalla Cristianità. Fino dall'indomani
della presa di Gerusalemme del 1099, gruppi spontanei di pauperes milites si erano riuniti con il
proposito di non abbandonare la Terrasanta, bensì di rimanervi a presidio dei santuari cristiani e in
aiuto dei pellegrini. Le necessità contingenti e l'autorevole parere di Bernardo di Clairvaux consentirono l'avvio di un'esperienza nuova, quella di Ordini monastici che al loro interno fossero
dotati di un nucleo di guerrieri e nei quali la guerra contro gli infedeli o la difesa dei pellegrini fossero un compito precipuo.
Gli Ordini, definiti per questo "religioso-militari", con compiti di guerra - come nel caso dei
Templari - oppure d'assistenza ai pellegrini - come nel caso degli Ospitalieri di San Giovanni oppure
di quelli di Santa Maria, detti anche "Teutonici" - vennero fondati in Terrasanta ed ebbero un tale
successo che in poco tempo divennero molto ricchi, ottennero in dono beni fondiari e (nel caso del
Tempio) avviarono perfino una fiorente attività bancaria. Ben presto impiantarono anche sedi in
Europa, dove importarono i loro tenaci reciproci odi e dove in effetti acquistarono presto una fama di
superbia, di avidità e di brutalità che non li fece amare (e che ai primi del quattordicesimo secolo avrebbe costituito
il background sul quale s'impiantarono il processo e lo scioglimento dei Templari).
Il modello religioso-militare si affermò dovunque vi fossero pagani da combattere e confini da
presidiare: nuovi Ordini nacquero nella penisola iberica (Ordini di Santiago, di Calatrava, di Alcantara,
di Aviz, di Montesa) e nel nord-est europeo (Ordine dei Portaspada). E molti membri della cavalleria
"mondana", molti nobili laici, presero la consuetudine di recarsi alcuni mesi nei luoghi nei quali
ferveva la "guerra santa" contro i pagani per adempiervi un servizio sentito come impegno cristiano e
al tempo stesso tirocinio guerriero. In fondo, si trattava di una forma di mercenariato; ma chi ne faceva
esperienza la viveva come un'aventure.
Perché infatti l'aventure - questa magica dimensione esistenziale cara al romanzo cavalleresco,
dove vi sono sempre (fino al Don Chisciotte) fanciulle da salvare, castelli da conquistare e draghi da
uccidere, aveva pure le sue forme concrete. Esse interessavano gli iuvenes, i giovani guerrieri che da
poco avevano ricevuto l'addobbamento e che nel volgare italico del tempo si definivano "cavalieri
novelli". Ed erano anzitutto il servizio presso un dominus prestigioso; erano, inoltre, l'ingaggio
mercenario, la crociata, e ancora la giostra e il torneo dai quali si potevano ricavare premi e fama
diffusa dai poeti di corte. In realtà, il vero obiettivo al quale gli iuvenes ambivano era un ricco
matrimonio, preferibilmente con una dama di condizione più agiata. Ma la letteratura cavalleresca
rivestiva queste mondane ambizioni del "sogno d'una vita più bella".
Quel sogno non era così lievemente astratto dalla vita politica e pratica come ha preteso, in un
libro divenuto un "classico", Johan Huizinga. In esso si proiettavano in realtà elementi immaginari,
progetti estremamente concreti. Ne sono prova i cosiddetti "Ordini cavallereschi di corte" fondati fra
Trecento e Quattrocento un po' da tutti i sovrani d'Europa su un modello ispirato lontanamente agli
Ordini religioso-cavallereschi e più da vicino alle narrazioni romanzesche. I riti di Ordini come quello
borgognone, del Toson d'Oro, quelli francesi della Stella o di San Michele, quello inglese della
Giarrettiera, quello renese del Bagno, quello angioino della Nave, sono appoggiati a una complessa
mitologia letteraria all'uopo costituita ma sono - al di sotto delle loro istituzioni "onorifiche", che
hanno ingannato molti studiosi inducendoli a pensare a innocui, estenuati giochi fastosi e festosi di
un'aristocrazia ormai decadente - anche la manifestazione esteriore del passaggio dalla monarchia
feudale allo Stato assoluto e di un corrispettivo modificarsi degli ideali cavallereschi, nei quali veniva
immesso il nuovo criterio di fedeltà alla corona analogicamente impostato sugli ormai tradizionali
valori di fedeltà a Dio, alla Chiesa, al signore e alla dama, che della cavalleria erano propri.
Non erano solo un gioco, allo stesso modo, le giostre, i tornei e gli altri giochi guerrieri ai quali
dall'undicesimo secolo si dedicavano le aristocrazie cavalleresche europee, con la riprovazione della Chiesa che
nei tornei vedeva una peccaminosa ostentazione di lusso, di violenza e di sollecitazioni erotiche. In
effetti lo abbiamo già visto, nei tornei non ci si limitava a rischiare la vita: si attuavano i meccanismi di
scambio di una società che andava modificandosi e i parametri della quale sfuggivano sempre più al
controllo delle gerarchie della Chiesa. Occasione di sprechi e di sollecitazioni mondane, il torneo era
d'altro canto il luogo nel quale si allacciavano relazioni che avrebbero portato a matrimoni importanti,
quali il ceto cavalleresco aspirava a realizzare.
Poco a poco, la cultura cavalleresca diveniva così una "cultura d'apparato", e le cerimonie
equestri momenti di una complessa teofania del potere della quale insegne e prestigio cavallereschi
erano cornice. Tra Quattrocento e Cinquecento gli stessi tornei si andarono rapidamente mutando in
veri e propri spettacoli teatrali: "tornei a tema", pas d'armes, pasos honrosos, spunti per narrare una
storia complessa a carattere romanzesco, della quale lo scontro armato era la scena principale.
Così ridotta a ornamento di corte, la cavalleria è sopravvissuta a lungo a se stessa tramandando
nei secoli il suo messaggio di valore, di moderazione, di onore, di fedeltà, di lealtà: un messaggio i cui
caratteri originali sembrano antichissimi e che pur si rinnova a ogni generazione proiettandosi sempre
però in un passato mitico nel quale questi valori sarebbero stati carne e sangue di tutto un mondo. "Oh,
gran bontà de' cavalieri antiqui!". La cavalleria è morta: perché lo è sempre stata, né avrebbe mai potuto essere altrimenti.
Vi fu tuttavia un lungo momento nel quale lo scollamento fra realtà e schemi culturali dovette
sembrare drammatico. Esso fu vissuto dall'Europa fra Duecento e Cinquecento, quando - mentre la cavalleria diveniva sempre più una prestigiosa forma di distinzione sociale - la reputazione
propriamente militare del combattente a cavallo andò progressivamente esaurendosi.
Il cavaliere del tempo delle crociate è quel che vediamo nell'arazzo di Bayeux: vestito di una lunga tunica rinforzata di cerchietti di ferro, al di sotto della quale porta una camicia più lunga. Elmo
conico - più tardi fornito di nasale - e scudo lungo, "a mandorla" completano l'armamento difensivo,
mentre quello offensivo è costituito da lunga spada a lama triangolare e asta fornita di pennoncello.
Successivamente, nel corso del dodicesimo secolo, s'introdusse largamente la maglia di ferro che - anziché
adottata sotto forma di lunga camicia - tese a divenire una sorta di tuta fornita di cappuccio e manopole
che fasciava il guerriero. A contatto con l'Oriente, si lasciò l'uso della camicia sottostante e si adottò
invece una sorta di sopravveste, spesso colorata e ricamata. Nel corso del Duecento entrò in uso l'elmo
"a secchia", cioè a tronco di cono, mentre lo scudo diveniva più piccolo e di forma triangolare e
l'usbergo si arricchiva di pezzi d'armatura "a piastra" (gomitiere, ginocchiere, gambiere e via dicendo).
Sempre nel Duecento, tornò in auge la vera e propria corazza, arma difensiva sagomata a protezione del
torace. L'armamento si complicò e si appesantì nel corso del Trecento e del Quattrocento per ovviare in
qualche modo ai danni che potevano derivare dalla caduta dal cavallo in corsa in seguito al
combattimento basato sullo scontro frontale; ma anche perché, frattanto, si andava sviluppando una
fanteria armata di lance lunghe, archi "inglesi" e balestre, che contendeva ai cavalieri il primato sul campo.
Dalla fine del Duecento in poi la cavalleria subì una serie di smacchi ad opera delle fanterie. Per
arrestare questo processo, si tentò di tutto: perfino di far scendere i cavalieri dalle loro cavalcature e di
farli combattere come una fanteria pesante. Ma l'avvento delle artiglierie a polvere e dei massicci
quadrati di picchieri, nell'arte militare tardo-quattrocentesca e primo-cinquecentesca, decretò la
definitiva eclisse della cavalleria pesante sui campi di battaglia. Essa restava la regina dei tornei, delle
parate, delle corti, dell'immaginario. Ma la visione del prode cavaliere smontato e circondato dai
brutali fanti armati, incapace di difendersi, come un povero crostaceo fuor d'acqua, ha da allora in poi
animato le fantasie letterarie e le nostalgie etiche. Cavaliere si diceva orgogliosamente don Giovanni, e
da cavaliere accettava l'invito a cena del Commendatore. Edel Ritter si intitolava con orgoglio Eugenio
di Savoia. L'oro, ornamento del cavaliere medievale, passerà agli eserciti moderni come colore
distintivo dell'ufficialità; e con esso la spada, l'onore, il culto della parola data e della fedeltà
indipendente dagli esiti di quelle scelte che il cavaliere sente di dover fare in omaggio al suo esser tale.
L'azione cavalleresca, nella sua accezione atemporale e metatemporale, non richiede uno scopo pratico
né punta al successo. Quel che importava - come ebbe a dichiarare uno degli ultimi cavalieri
contemporanei, il maggior generale Henning von Tresckow dopo l'attentato a Hitler del 20 luglio 1944
- è che "il movimento di opposizione tedesco abbia osato a rischio della vita, al cospetto del mondo e della storia, il tutto per tutto. Il resto non conta".
...
.
...
Parte prima. Sciamani, guerrieri, missionari.
...
.
...
Capitolo primo.
.
Dal lontano, dal profondo.
...
Nel capitolo si esaminano la preistoria e la protostoria della superiorità dell'uomo a cavallo
quali si configurano nell'Oriente asiatico e passa all'Occidente europeo. Ne vengono individuati prima
i caratteri originari a livello tecnico, in modo da fornire d'una base concreta alcune successive
osservazioni da condursi sul piano delle rappresentazioni e dei miti di carattere religioso. Si vede infine
come, parallelamente e coincidentemente con il crescere d'importanza del combattere a cavallo, anche
le armi siano mutate per nome, forma, qualità, valore ideale connesso. Si tratta di aspetti d'una
questione in realtà molto più complessa di quanto non si creda e il discorso è forzatamente rapsodico,
pur riuscendo a mostrare ciò che serve a gettare le fondamenta di un successivo, più ampio discorso sul
cavaliere medievale: un uomo armato in maniera eccezionalmente efficiente per il suo tempo e dotato
di un prestigio che gli proveniva tanto dalla sua alta qualificazione militare quanto da un sistema di
rappresentazioni collettive che nell'uomo a cavallo scorgeva il simbolo di valori eroico-sacrali,
specialmente connessi alla vittoria sulle forze del male e al complesso di credenze relative all'Aldilà, al
viaggio nel mondo dei defunti, alla sopravvivenza dell'anima.
1. La vendetta del centauro
A che cosa sta pensando l'imperatore Valente in quel mattino del 9 agosto 378 mentre, dai
sobborghi della metropoli tracia, muove incontro al suo destino?
È tornato a marce forzate da Antiochia, dove ha concluso con i Parti una frettolosa, fragile
tregua; a Costantinopoli ha trovato il disordine; ed eccolo accorrere adesso a tamponare una nuova
falla, quella aperta dai Visigoti di Fritigerno che minacciano di sommergere la Tracia(1).
Non possono essere buoni i presentimenti dell'Augusto. Sa d'aver truppe stanche, raccogliticce,
di dubbia combattività e di scarsa disciplina. Sa che dall'altra parte, con i Visigoti, stanno schierati
contingenti ostrogoti, gruppi di Alani, certo anche degli Unni. In questa pianura arsa dal sole e dagli
sterpi che il nemico ha incendiato c'è tutto il dramma del tramonto di Roma: di qua, i cavalieri arabi
provenienti dalla Siria e comandati da un Sarmata, e gli arcieri iberi; di là tutti i terribili, misteriosi
popoli delle steppe; e lui stesso, lui Valente, l'Augusto, che cos'è? Nativo della Pannonia, ariano come
i Goti contro i quali sta per combattere. I confini di Roma si sono quasi cancellati: i barbari sono
dall'una e dall'altra parte, là nelle orde che avanzano, qua dietro i signa e i vexilla...
Eppure, la magia del nome romano è tale che la piccola città sul Tevere sa generare ormai da
secoli i suoi figli dalle plaghe più remote dell'orbe: si è Romani anche se si nasce tra i sassi dell'Iberia,
nella piana del Danubio, ai margini del deserto africano. Ma che cosa significa essere Romano, essere
imperatore dei Romani, in quell'ora cupa? Valente volge il pensiero all'indietro, e non gli salgono alla
mente che i fantasmi delle disfatte che Roma ha subito da quattro secoli, da quando i suoi confini
hanno toccato le steppe e i deserti. Poche forse, ma inesorabilmente scandite nel tempo e scolpite nel
ricordo. Poche, ma tutte causate da un nemico proveniente da una terra immensa, della quale non si sa
quasi nulla, una misteriosa e silente madre di nomadi.
A Carre, nel 53 a.C., i terribili lancieri parti appoggiati dagli arcieri a cavallo, che usavano
cariche rapide e piccoli archi composti, a lamine di corno, dalla formidabile forza di penetrazione,
hanno fatto a pezzi la fanteria repubblicana e la cavalleria ausiliaria gallica di Crasso. Il suono
ossessivo, cadenzato, opprimente dei tamburi parti ha salutato la disfatta del triumviro(2).
Scomparsa la dinastia arsacide, Roma ha ricevuto ancora umiliazioni e rovesci; Gordiano terzo
perito ignominiosamente durante la campagna del 244; Decio caduto - ohimè - proprio combattendo i
Goti, ai confini della Mesia, nel 251; Valeriano catturato nel 260 e costretto a umiliarsi dinanzi al
sasanide Shapur; Giuliano, vincitore degli Alamanni nel 357, caduto in battaglia contro i Parti nel 363;
ed ecco gli Alamanni e i Franchi premere il limes a nord fino a sfondarlo, e i popoli germanici e iranici
stanziati oltre il Danubio brulicare pericolosamente.
Ma sul campo di battaglia presso Adrianopoli le cose intanto precipitano: si ha la sensazione
che Valente non faccia neppure in tempo a intervenire. Gli arcieri imperiali hanno accettato una
scaramuccia provocatoria, causando disordine tra le loro file e permettendo alla cavalleria gota
rinforzata da Alani(3) d'irrompere - "come la folgore dalla sommità de i monti", dice Ammiano -
travolgendo tutto quanto le si para dinanzi. V'è un momento in cui l'ala sinistra romana sembra aver la
meglio e giungere al cuore della formazione nemica, l'anello di carri sistemati in cerchio secondo la
tradizione della steppa. Ma i cavalieri non sostengono la manovra mentre i fanti, stretti nei manipoli al
punto di non poter manovrare i mucrones, vengono decimati dalla fitta pioggia di frecce. La polvere, il
fumo, il sole accecante impediscono di scorgere i dardi; le truppe sono prese dal panico. La cavalleria
barbarica attacca di fianco e rompe le file romane calpestando i corpi atterrati: non v'è spazio per
ripiegare, si può solo fuggire disordinatamente abbandonando le armi, con il suono cupo degli zoccoli
nelle orecchie, il fiato caldo delle bestie infuriate sulla nuca, il sibilo minaccioso delle armi nemiche
rasente alla testa. Che cosa passa in quel momento nella mente dei soldati impazziti di paura? Fugaci
immagini religiose forse: ma quel dio-cavaliere trace, quel giovane e baldo Horus che abbatte Seth,
quel Mithra che trionfa delle forze oscure, quell'Epona gallica - tutte insomma le divinità del pantheon
cosmopolita ancor presente nell'esercito romano in quell'incerto crepuscolo di tutte le fedi che fu il quarto
secolo - non sono forse tutti cavalieri che abbattono un malvagio nemico appiedato? E nella fantasia
del soldato morente si fa strada come un cupo presagio una nuova fonte di disperazione: egli è il
reprobo, il dannato, lo schiacciato dal dio; da questo giovane dio a cavallo che gli si para dinanzi nella
polvere e nel sole come in un nimbo di gloria; da questo dio che viene dalla steppa per annientarlo.
L'avvenire - il legionario morente lo capisce come in una fulgurazione - non sta più in grembo
all'Alma Roma. L'Asia profonda ha sprigionato queste belve divine, questi dèi mostruosi. È la vendetta
del centauro.
Valente vaga nella mischia senza più controllo di se stesso, scavalcando i cadaveri; anche i
Batavi piazzati come riserva ausiliaria sono fuggiti; uno dopo l'altro, i suoi ufficiali l'abbandonano. La
battaglia è diventata ormai un macello informe: i Romani cadono senza neppur tentare più di
difendersi, senza più saper prevedere la direzione dalla quale giungono loro i colpi mortali.
Una notte senza luna pone termine al disastro. Valente scompare: si suppone sia caduto sul
campo, ma la testimonianza di un candidatus(4) indurrebbe invece a credere che, rifugiatosi in una
specie di casa colonica, vi sia perito tra le fiamme appiccate dai barbari. Il suo corpo non viene più
trovato.
Su questa nuova Carre l'antiocheno Ammiano Marcellino, "vecchio soldato e Greco di
nascita", cala pietosamente il sipario delle sue Res gestae. Rufino definisce la catastrofe "initium mali
Romano Imperio tunc et deinceps"(5).
Le immediate ripercussioni di Adrianopoli sull'opinione pubblica romana furono violente. La
generale costernazione fece sì che immediatamente ci si volgesse, come sempre nei momenti di crisi,
alla ricerca dei responsabili a livello politico-militare e a livello metafisico. Cristiani e pagani, cattolici
e ariani si abbandonarono alle reciproche accuse: anzi, la sconfitta di un imperatore ariano a opera di
barbari appartenenti alla sua medesima confessione segnò la definitiva liquidazione dell'arianesimo
romano(6). Quel tipo d'eresia rimase confinata ai barbari, ed è stata rilevata l'analogia di condizione tra
l'essere ariani e l'essere foederati: entrambe condizioni di compromesso, a mezz'aria tra mondo
romano e mondo barbarico, dovendo l'arianesimo senza dubbio parte del suo successo in quest'ultimo
alla sua qualità di credo più naturalistico, meno dotato di elementi astratti, non troppo distante né tutto
sommato troppo inconciliabile - se non con l'ancestrale paganesimo - almeno con certe forme della
sacralità tribale(7). Per un attimo parve al contrario che, sull'ala dell'entusiasmo e del senso di sollievo
determinati dai successi di Teodosio - prescelto da Graziano a raccogliere la gravosa eredità di Valente
- le polemiche tra pagani e cristiani tacessero ed entrambi si riconoscessero nel volto della patria in
pericolo. Teodosio, rimessi insieme i brandelli dell'armata d'Oriente, riuscì a ripulire la Mesia mentre -
reso cauto dal disastro di Adrianopoli - adottò nei confronti dei Goti una duplice tattica, da un lato
spaventandoli con la sua fama d'invincibile capo che già i Sarmati avevano sperimentata, dall'altro
atteggiandosi a loro protettore. "Amator generis Gothorum", lo chiama Jordanes il quale, osservando le
cose dal loro punto di vista, non aveva mancato di denunziare come causa degli eventi che condussero
ad Adrianopoli la disperazione della sua gente, che i Romani avevano confinato in un angolo inospitale
dell'impero speculando sulla carestia in atto col vendere loro a peso d'oro carne di bestie ripugnanti e
con l'acquistare i loro figli come schiavi in cambio d'un pugno di cibo(8). Teodosio, compresa anche a
livello militare la lezione di Adrianopoli, rafforzò altresì la cavalleria e il corpo degli arcieri nel suo
esercito: Vegezio pone infatti all'indomani di Adrianopoli l'inizio della definitiva eclisse della fanteria
pesante romana. Dal panegirico in onore di Teodosio redatto da Pacato - un pagano - sappiamo che in
armi sotto di lui servivano Goti, Alani, Sciti, Unni: ed è testimonianza degna di nota, pur con le
consuete riserve sull'esattezza dell'uso di tali termini etnici(9). Ciò spiaceva a Vegezio, che avrebbe
voluto ricondurre l'esercito ai fasti della leva legionaria e che scorgeva nell'arruolamento dei mercenari
barbari un male irreparabile: ma d'altro canto la pubblicistica pagana, rappresentata da un Temistio o
da un Pacato, vedeva in Teodosio un pacificatore di tutte le genti, un amico del genere umano, e nella
sua azione un modo nuovo e adeguato ai tempi di ottemperare al "Tu regere imperio populos Romane
memento". Era questo, per i pagani, anche un modo di collegare il nuovo impero, nel quale il
cristianesimo prevaleva, alla sua tradizione aurea. Al contrario i cristiani, ormai vincitori all'interno,
sopportavano male il peso di queste sconfitte anche quando il sistema si dimostrava capace di
assorbirle e la diplomazia imperiale pronta a mutarle in altrettante vittorie. Ambrogio, la "coscienza" di
Graziano e poi di Teodosio, esortava i cristiani a sostenere l'impero, questo provvidenziale veicolo che
aveva permesso alla Chiesa di conquistare l'orbe(10). Adrianopoli aveva scosso l'opinione pubblica;
aveva provocato un rinascere del prisco senso civico; aveva spinto i cristiani - o almeno gran parte di
loro - a prendere atto del pericolo incombente sull'impero e al tempo stesso della saldatura ormai
avvenuta fra Roma e il Cristo, del loro comune destino.
Non si creda che quanto abbiamo fin qui detto intenda puntare a una maldestra rivalutazione
dell'histoire-bataille. Ciò sarebbe in senso assoluto improponibile, e da non tentare comunque nella
fattispecie per due buoni motivi: primo, perché il rovescio del 378 non segnò affatto l'irrevocabile
inferiorità militare dei Romani rispetto ai barbari, come viceversa fino a qualche decennio fa si tendeva
a ritenere; secondo, perché ormai nessuno crede più alla storia che Adrianopoli abbia significato un
vero e proprio tracollo per l'impero. Il processo di destrutturazione era già in atto prima di allora, e
continuò poi. Anzi, come abbiamo accennato, la sconfitta ebbe semmai sulla società romana l'effetto
d'una sferzata non priva di benefici effetti.
Fermiamoci un po' sul primo di questi motivi, giacché il secondo non ha bisogno
d'illustrazione. In opere di storia militare del medioevo divenute ormai a buon diritto classiche,
Adrianopoli copre quel ruolo iniziale e addirittura in un certo senso causale che, per la storia religiosa
del medesimo periodo, è coperto ad esempio dall'editto di Milano del 313 - e lasciamo qui da parte la
discussione relativa a quell'evento - o, per la storia politica, dalla deposizione di Romolo Augustolo.
Ma si tratta di date, di simbolici punti di riferimento: ne conosciamo il valore puramente indicativo(11).
La sconfitta di Valente non coincise con la disfatta d'un'armata di fanti sbaragliata da un esercito di
cavalieri: v'erano cavalieri da entrambe le parti, né i barbari mancavano di combattenti appiedati. Lynn
White Jr. ha sottolineato che il rovescio romano fu dovuto a una serie di concause, non escluse una
certa accidentalità (il felice attacco della cavalleria goto-alana fu condotto da un gruppo isolato,
intervenuto all'ultimo istante in modo inatteso anche da Fritigerno) e, soprattutto, la stanchezza e
l'indisciplina dei fanti romani(12). Pertanto, a detta di questo studioso, la tesi che l'età della cavalleria
prenda in qualche modo le mosse dal quarto secolo e da Adrianopoli è di gran lunga la più pericolosa che
possa darsi in merito.
Dopo un giudizio del genere, il nostro discorso sulle origini della cavalleria medievale -
aprendosi appunto con Adrianopoli - potrebbe sembrare la ripresa di vecchie idee. Ma il fatto è che,
secondo noi, si deve essere estremamente cauti nel liquidare la visione fino a ieri tradizionale del
problema: e infatti lo stesso White, dopo aver decisamente affermato che il parlare di avvio della
cavalleria medievale prima dell'età merovingio-carolingia non ha senso, sente poi il bisogno di
dedicare parecchie e interessanti osservazioni alla Urgeschichte tecnico-militare di essa: e rinvia,
appunto, alla cultura delle steppe e all'archeologia dei Reitervölker, dei "popoli cavalieri" iranici,
anche se di esse è più disposto a vedere quel che le differenzia piuttosto che quel che le accomuna alla
loro "discendente" occidentale(13).
Ora però un discorso del genere - e dunque l'opportunità o meno di piazzare Adrianopoli a
sostegno di esso - è qualitativamente diverso da quello dal quale noi vorremmo partire. D'accordo con
White sulle considerazioni tattico-strategiche riguardo ad Adrianopoli; e d'accordo anche su quelle
tecniche a proposito dei guerrieri a cavallo. Ma rimane il grosso, incontestabile fatto che dal quadro
militare del Basso Impero risulta drammaticamente come il modo di combattere e l'equipaggiamento
romani, a confronto con quelli delle steppe, si siano dovuti modificare, e come quelle modifiche siano
rimaste basilari e - pur in un continuo, innegabile progresso tecnico - non abbiano subito salti di
qualità fino al reimpiego delle masse di fanti e all'invenzione delle armi da fuoco, cioè fino agli ultimi
due secoli circa del medioevo. E rimane, ancora, l'altro grosso, incontestabile fatto che, se anche
Adrianopoli non fu oggettivamente parlando una catastrofe, come tale fu sentita dall'opinione pubblica
del tempo: e in un evento storico, gli errori di valutazione dei contemporanei sono, se non più
importanti, certo più significativi e più fecondi di valori che non le esatte valutazioni critiche da parte
dei posteri.
La "grande paura" immediatamente seguita al 9 agosto 378 è stata volentieri paragonata dagli
storici a quella seguita al sacco di Roma del 410 da parte di Alarico. Il paragone serve di norma a una
distinzione: non v'era rovescio militare che potesse uguagliare in gravità la violazione del pomerium
dell'Urbe, violazione che rompeva un ordine secolare, che spezzava un equilibrio cosmico, che
spalancava una porta sull'abisso. Ma appunto per tale motivo la possibilità stessa del paragone appare
qualificante: prima della tragedia del 410, che valicò i limiti ordinari delle sventure cui i Romani erano
ormai da parecchio tempo abituati, nulla di più funesto accadde di Adrianopoli. E la prova di ciò risiede
nel fatto che al suo confronto si ricordò il giorno nefando di Canne, un fantasma sanguinoso che la
memoria collettiva romana aveva fin lì ostinatamente esorcizzato.
Insomma, Adrianopoli in sé contava poco: molto contava però come simbolo d'una reiterata
sventura, d'una comprovata impotenza di Roma a risalire la china della decadenza; era l'estremo e il
più grave di un'ormai secolare serie di rovesci che le "invitte" armate imperiali avevano subito da parte
dei nomadi provenienti dall'est e che le aveva costrette a mutar volto, a imbarbarirsi, a disgregare i
granitici quadrati della legione proletaria per assumere connotati esotici, indecorosi agli occhi di quanti
si atteggiavano ancora a custodi delle prische tradizioni quiriti. Adrianopoli fu la goccia che fece
traboccare il vaso del disorientamento: in questo senso fu misura di un'epoca, e in questo medesimo
senso rimane ancor oggi un punto di partenza per un discorso che si proponga di esaminare non tanto -
per ora - le origini, quanto piuttosto le radici della cavalleria medievale.
Lontane, profonde radici. Radici confitte nella storia della tecnica; radici confitte nella storia
della mentalità; così almeno diremmo se volessimo attenerci a consunte dicotomie, dalle quali speriamo
invece di riuscire a staccarci per attingere a una sintesi differente. Il Parto, "vile e feroce", come lo
avrebbe cantato un grande poeta italiano e come l'età "classica", da Erodoto in poi, lo sentiva; il Parto
che attaccava di sorpresa e fuggiva rapido, scoccando all'indietro dal cavallo lanciato al galoppo le
frecce mortali; il Parto e il Sarmata coperti di ferro (ferro migliore, più sapientemente temprato che non
il romano) avevano vinto. Dall'intatta, divina superiorità nei trionfi, il cavallo passava definitivamente
alla sudante, insanguinata superiorità nelle battaglie. E, già familiare d'altro canto alla religiosità
greco-romana come animale solare e ctonio, eroico e funereo, s'imponeva di fronte alle
rappresentazioni collettive dei sopravvenienti tempi ferrei con i tratti soterici e terribili dei reitende
Götter germanici, dei defunti cavalcanti, dei signori della luce e dei misteri provenienti dall'Egitto,
dalla Siria, dalla Persia.
Per secoli l'uomo dell'Occidente rimarrà ammirato e atterrito dinanzi ai signori della guerra issati sui grandi e forti animali; per secoli, dopo aver onorato immagini del genere nei sacelli pagani e
nelle brughiere nordiche, le onorerà sugli altari perpetuando in san Giorgio e in san Martino, se non delle forme cultuali - come voleva la vecchia agiologia evoluzionistica - sì però almeno delle forme
iconografiche. Il giovane e ingenuo Perceval, che udendo nella profonda foresta il frastuono delle armi
provocato da alcuni cavalieri in marcia pensa prima a demoni e poi, vistili così belli e possenti, crede di
essere dinanzi ad angeli del Signore e prostratosi a terra li adora per ricevere quindi da loro il primo
insegnamento, la rivelazione del suo stesso profondo essere e della vocazione che cambierà la sua vita:
il giovane Perceval risponde con tutte le sue forze a un oscuro, potente appello archetipico. E vi
risponderà anche sua madre, ammaestrata dall'esperienza ma partecipe del medesimo horror sacrale,
allorché abbracciando sgomenta il figlio lo compiangerà: "Credo che tu abbia visto gli angeli di cui la
gente si lamenta che uccidono tutti quelli che toccano"(14). In questa pagina commossa e vibrante d'una
religiosità profonda - anche se ben poco e ben superficialmente cristiana - è racchiusa la chiave della
superiorità del cavaliere medievale sugli uomini del suo tempo: una chiave che, per esser ben usata, va
inserita nella serratura della storia non solo sociale, non solo militare, non solo tecnica, ma anche
mentale - e se vogliamo psicologica - della gente di allora. Chrétien è l'interprete fedele per quanto
eccezionale del dodicesimo secolo guerriero e rurale con i suoi parametri di giudizio e le sue strutture mentali
non meno che materiali: e il cavaliere bello e terribile, angelo e demonio, salvatore e funesto, è il
risultato così dell'esperienza quotidiana di allora come della memoria collettiva che vi presiedeva e che
la plasmava informandola.
Esamineremo la preistoria e la protostoria della superiorità dell'uomo a cavallo quale si
configura nell'Oriente asiatico e passa all'Occidente europeo. Sarà necessario individuarne prima i
caratteri originari a livello tecnico, in modo da fornire d'una base concreta alcune successive
osservazioni da condursi sul piano delle rappresentazioni e dei miti di carattere religioso. Vedremo
infine come, parallelamente e coincidentemente con il crescere d'importanza del combattere a cavallo,
anche le armi siano mutate per nome, forma, qualità, valore ideale connesso. Si tratterà di aspetti d'una
questione in realtà molto più complessa di quanto non si creda: e il discorso sarà forzatamente
rapsodico. Confidiamo però che ne uscirà quello che c'interessa e che ci servirà a gettare le fondamenta
di un successivo, più ampio discorso sul cavaliere medievale: un uomo armato in maniera
eccezionalmente efficiente per il suo tempo e dotato di un prestigio che gli proveniva tanto dalla sua
alta qualificazione militare quanto da un sistema di rappresentazioni collettive che nell'uomo a cavallo
scorgeva il simbolo di valori eroico-sacrali, specialmente connessi alla vittoria sulle forze del male e al
complesso di credenze relative all'Aldilà, al viaggio nel mondo dei defunti, alla sopravvivenza dell'anima.

2. Tra due muraglie.
Il nostro discorso si apre sulle sconfinate distanze della steppa e del deserto, tra Danubio e
Huang-Ho. Se volessimo costruire una schematica morfologia geostorica dell'Eurasia nell'antichità,
diremmo che essa è limitata ai quattro punti cardinali da altrettanti blocchi che - quantomeno a prima
vista, e se vogliamo per illusione ottica - si presentano come immobili, monolitici, in sia pur differente
misura poco penetrabili: a nord la taigà e gli inospiti silenzi ghiacciati; a ovest l'impero romano; a est
quello cinese; a sud il persiano, tramite fra i due e attraversato dalle grandi carovaniere e dalle grandi
migrazioni di popoli e di culti. Al centro di questo cosmo, sta un'immensa distesa erbosa, pietrosa,
sabbiosa, riarsa dal sole e battuta dai venti; una distesa percorsa da fieri popoli nomadi: cacciatori,
pastori, allevatori, guerrieri(15). Questo è il regno del cavallo.
Contro la pericolosa mobilità delle tribù "barbare" del deserto, le popolazioni stanziali di
agricoltori e di artigiani, dotate di spiccate attitudini organizzative e di vivo senso dello stato, hanno
pensato presto a erigere dei frangiflutti. Nella leggenda di Alessandro, che chiude dietro le porte di
ferro le orde mostruose di Gog e Magog, si esprimono la secolare paura e l'aspirazione secolare dei
popoli stanziali, abituati al vivere ordinato, a controllare il dinamismo feroce delle tribù nomadi che
possono mettersi in moto in ogni momento e per le cause più varie: una siccità più lunga, una lotta
intestina, una morìa di bestiame. Basta che il sole bruci i pascoli e le bestie muoiano, ed ecco questi
branchi di pastori miserabili, disperati, affamati apparire ai margini delle prospere colture e dei campi
ben irrigati: e la fame, la rabbia dei poveri sono sempre sembrati furore disumano a chi ha di che viver
bene e non intende dividere con altri la propria fortuna. Due diversi tipi di crudeltà, la violenza
guerriera dei nomadi e il civile egoismo degli stanziali, stanno a confronto. E civiltà stanziale significa
città, strade, organizzazione statale, diete più ricche e variate, mura, fanterie; civiltà nomade significa
accampamenti, piste, solidarietà tribale, diete frugali con prevalenza di proteine e grassi animali,
lunghe distanze da percorrere, confidenza con le bestie e soprattutto con il cavallo(16). Ai pacifici e
relativamente prosperi popoli stanziali, i nomadi sembrano gente feroce, misteriosa, asociale,
disumana, irreligiosa o preda di oscuri culti inferi(17); ai nomadi gli stanziali appaiono come gente
molle, debole, corrotta, troppo assuefatta ai piaceri, indegna dei beni che possiede ed è quindi giusto
che cadano in balia del più forte. Le porte di ferro di Alessandro sono leggenda; storia ben documentata
sono però il limes e i valla romani come la Muraglia cinese. Fra queste due linee di fortificazione sta il
mondo, mutevole sotto la monotonia apparente, dei nomadi iranici e asiani, con la sua povera
economia, le sue fiere tradizioni, la sua cultura sciamanica, la sua miscela di attrazione e disprezzo nei
confronti delle civiltà più raffinate.
Questo mondo fluido, dominato dalla presenza del cavallo e del culto sciamanico, sta
lentamente riemergendo alla luce tramite i reperti archeologici: armi, suppellettili preziose, resti umani
e animali, finimenti per cavalli, strumenti rumorosi e dotati di funzione magica come i sonagli.
Già fin dal nono-ottavo secolo a.C. l'Europa è interessata dalla presenza di Reitervölker, stanziati
attorno ai bacini della Vistola e del Dnepr(18). Dall'altra parte del grande mare stepposo-desertico, verso
la Cina, si agitano le inquiete tribù turco-mongole che vivono spostando continuamente le loro tende di
feltro e spingendo dinanzi a sé nel senso voluto dall'alternarsi delle stagioni le loro mandrie di cavalli,
ovini, bovini, asini e cammelli dalle pianure alle colline e viceversa. Predoni, cacciatori, stregoni;
armati di archi di corno - v'è penuria di legno - capaci d'imprimere alle loro frecce sottili una
straordinaria forza di penetrazione; armati, ancora, di lunghe lance, di spade. Lavoratori sapienti dei
metalli, forgiano strani gioielli a forma di animali tra loro avvinghiati nella lotta. I popoli stanziali siti
sulle opposte rive del gran mare d'erba e di pietra reagiscono al flusso e riflusso dei nomadi con una
medesima preoccupazione. Gli Elleni ereditano però da Omero il fascino per i mirabili cavalli
dell'Iliade e dell'Odissea, per i Troiani "domatori di cavalli", per la Tracia "nutrice di cavalli", per la
Tessaglia patria leggendaria degli uomini-cavallo: ed è appunto quella, la costa del mar Nero e la zona
meridionale dei Balcani, la sponda occidentale della cultura delle steppe(19). Sulla sponda orientale
intanto, le cronache cinesi del periodo Han prendono a spiare con ansia crescente le mosse dei nomadi
Hsiung-nu, che paiono agitati da misteriosi rivolgimenti(20). Le orde si urtano l'una con l'altra,
minacciano di sopraffarsi a vicenda, tendono a valicare i confini dell'impero cinese. La Grande
Muraglia, fatta erigere alla fine del terzo secolo a.C. dall'imperatore Ch'in Shi Huang-ti collegando in una
linea continua le fortificazioni limitanee già esistenti, si rivela insufficiente a contenere i nomadi. Fu il
grande sovrano Han, l'imperatore Wu-ti (140-87 a.C), a rafforzare il vallum dal Kan-su fino al confine
con il moderno Turkestan cinese. Furono, ancora, le necessità della lotta contro gli Hsiung-nu a
determinare l'avvicinamento della corte cinese al popolo degli Yüeh-chi, cioè dei Tocari di lingua
indoeuropea che già da tempo avevano provocato da parte cinese l'abbandono del combattimento sul
carro da guerra e l'adozione della cavalleria leggera. Gli Yüeh-chi, abbandonate sotto la pressione degli
Hsiung-nu le loro antiche sedi nel Kan-su, si erano stabiliti nella Bactriana. Tramite loro l'impero di
Wu-ti entrò in contatto con un mondo che gli era stato fin lì ignoto, quello dell'Iran ellenizzato.
Probabilmente dalla valle del Ferghana, nell'alto corso dei Syr-Daria, i Cinesi ricevettero notizia del
vino, di nuovi foraggi per i cavalli, di nuove razze equine. Queste cose passarono in parte in Cina.
A loro volta, i Parti si erano preoccupati per i movimenti nomadi alla loro frontiera
nordorientale. La migrazione degli Yüeh-chi spinti dagli Hsiung-nu aveva avuto come primo risultato
la cacciata di altri nomadi, i Saci, dalle loro sedi a nord dell'A-mu-Daria: per cui l'arsacide Fraate secondo
(ca. 138-128 a.C.) era stato costretto ad accogliere come ospiti e mercenari questi nuovi scomodi
arrivati. Le ripercussioni propriamente militari di questa migrazione erano destinate a essere
eccezionali:
La tattica bellica del I secolo a.C. attraversava una vera rivoluzione. A occidente i Parti e i
Sarmati introdussero l'uso della cavalleria pesante. I corpi del cavaliere e del cavallo erano coperti di
una corazza a scaglie, un alto elmo a punta proteggeva la testa. Il cavaliere aveva come armi d'offesa
una lunga, pesante lancia e una spada a due mani. I guerrieri così armati si ordinavano su una linea e
travolgevano la folla degli avversari armati alla leggera. Così i Sarmati ebbero facilmente ragione degli
Sciti nelle steppe del mar Nero, e i Parti arrestarono l'avanzata delle legioni romane, respingendole dal
Tigri all'Eufrate.
Chang Ch'ien(21) aveva raccontato all'imperatore Wu-ti ch e nel paese di Ta-yuan vi erano dei
"buoni cavalli da battaglia, che discendono dai cavalli celesti e hanno sudore di sangue". La loro
provenienza è descritta in questa maniera: "Nel principato di Ta-yuan si trovano alti monti. Su questi
monti vivono cavalli che non è possibile prendere; allora scelgono delle cavalle variegate e le lasciano
ai piedi dei monti perché si congiungano con gli stalloni dell'alto. Da queste giumente nascono puledri
dal sudore di sangue, e perciò sono chiamati puledri della stirpe dei cavalli celesti". Wu-ti decise di
ottenere a ogni costo dal Ta-yuan gli stalloni generatori e di allevare in Cina i "cavalli celesti"(22).
Pare che un elemento magico entrasse nell'interesse del Figlio del Cielo per il Ferghana: dai
"cavalli celesti" Wu-ti si attendeva l'immortalità(23). Ma ciò era solo una parte del suo programma,
ch'era un programma non tanto magico, quanto politico-militare e per giunta estremamente concreto. Il
rafforzamento della muraglia e la cura della cavalleria leggera e degli arcieri a cavallo ne erano un
aspetto. L'altro aspetto era costituito dalla nuova cavalleria pesante di mercenari nomadi che fece allora
ingresso nelle armate imperiali. Questi cavalieri, pesantemente armati, usavano la grande spada a
doppio taglio, la lunga lancia e la sella imbottita che permetteva un più comodo e sicuro equilibrio
sull'animale e un più libero maneggio delle armi. La nuova cavalleria divenne presto invincibile, e al
suo interno non tardò a formarsi un chiuso, orgoglioso spirito di corpo.
È appunto qui e perciò che i "cavalli celesti" del Ferghana escono dalla leggenda. Cavalieri così
pesanti abbisognavano di animali d'una razza che accoppiasse velocità a forza d'urto e a resistenza. Il
cavallo indigeno usato dai Cinesi, forse discendente dal cavallo primitivo del tipo detto di Przeval'skij
(testa e collo tozzi, zampe corte, garretto basso) era poco atto alla bisogna: "Il cavallo cinese, di piccola
taglia, di scarsa robustezza, di andatura lenta, e poco resistente, non poteva stare a confronto col forte e
tenace cavallo unno"(24). Fu pertanto sostituito da una nuova razza, che dovrebbe essere appunto quella
"celeste" e che sembrerebbe forse aver appartenuto al tipo "occidentale" secondo la classificazione
dell'Antonius, ma che ha caratteristiche simili a quelle di odierne razze turkestane. I primi esemplari
della nuova razza furono importati in Cina verso il 116 a.C. dalle scuderie partiche: erano animali alti,
forti, pesanti, adatti insomma alle nuove prestazioni loro richieste. Anche per l'armamento i cavalieri
cinesi dovettero avvicinarsi ai modelli in cuoio e ferro simili a quelli iranici.
La Cina ebbe così dai "popoli delle steppe" il regalo della cavalleria pesante: i Turco-mongoli
la costrinsero a ricorrere a tale nuovo tipo di arma, i Parti gliene offrirono il modello, i "Paesi
d'Occidente" le passarono le selezioni equine adatte. Qualche secolo dopo, fu sempre dalla Persia -
anche se non più arsacide, bensì sasanide - che l'impero romano ricevette a sua volta impulso
all'adozione d'una cavalleria pesante. Lo sviluppo parallelo d'una linea difensiva delle due civiltà
stanziali - quella cinese e quella romana - contro i popoli nomadi, sviluppo caratterizzato dal duplice
ordine di provvedimenti, un limes-vallum e un corpo di cavalleria pesante, è tale da colpire e da indurre
a notevoli osservazioni comparativistiche. Tuttavia l'Occidente è debitore della cavalleria medievale
non solo nei confronti dei Parti, ma anche e soprattutto verso le popolazioni iraniche stanziate a nord
del Caucaso, gli Scito-sarmati. Sono essi che, influendo profondamente e a tutti i livelli sui Germani
orientali, e segnatamente sui Goti, hanno impresso alle strutture guerriere del medioevo i loro caratteri
originali: al livello tecnico senza dubbio; ma anche, crediamo noi, al livello spirituale.
Già fin dall'ottavo-settimo secolo a.C. le genti tracie stanziate fra Transilvania, Carpazi orientali e
mar Nero dovevano essersi date una qualche stabile organizzazione. E già si scorgevano tra loro le
tracce d'una prima invasione di nomadi guerrieri presciti, i "mungitori di cavalle" citati da Omero, con
la loro oreficeria ornamentalistica e i loro oggetti cultuali sciamanici. Si è pensato ai Cimmeri. Da
Erodoto risulta che nel corso del sesto secolo a.C. gli Agathirsi, popolo scitico, si erano profondamente
commisti ai Traci(25).
Tra quarto e terzo secolo l'area balcano-danubiana fu, ancora, interessata dall'invasione dei Celti,
portatori del combattimento su carro trainato da cavalli: ciò si apprezza soprattutto attraverso i reperti
rinvenuti in Galizia e in Bessarabia. I Greci, poco al corrente di questo spostarsi e mischiarsi di popoli,
ritennero che gli occupanti della Tracia settentrionale, da cui essi traevano spesso schiavi,
appartenessero a due sole stirpi: i Daci e i Geti. Daci e Geti erano per la verità distribuiti su tutta
un'ampia area, che interessava il medio bacino del Danubio, la Vistola e giungeva fin oltre il Dnestr.
Entrambi parlavano un linguaggio tracio, ma erano influenzati dalla cultura d'un popolo nomade,
quello degli Sciti. Questi, di stirpe iranica, condizionarono assai i Traci cui passarono parecchie delle
loro usanze guerriere, ad esempio il tirar d'arco a cavallo, e religiose, come l'inebriarsi aspirando il
fumo della canapa. Gli Sciti trasmisero ai Geto-daci le loro credenze di fondo iranico, con un
accentuato peso accordato al concetto d'immortalità, e fecero loro conoscere le armi di ferro. A
contatto d'altra parte con Iazigi e Roxolani, di ceppo sarmatico, i Geti appresero l'impiego delle
formazioni di cavalleria pesante in massicci nuclei ravvicinati, il cui attacco era preparato e sostenuto
dagli arcieri. Ovidio sarebbe rimasto colpito dalla resistenza e rapidità dei cavalli dei Geti non meno
che dalla loro abilità di arcieri(26).
Gli Sciti appaiono dunque per un certo periodo il motore del fluido mondo pontico e ciscaucasico. Il primo millennio a.C. si era aperto con l'arrivo nelle steppe comprese tra il Danubio e l'Ural
di tribù scitiche provenienti dall'area di confine tra Europa e Asia. Gli Sciti, imparentati con i Cimmeri,
li avrebbero presto espulsi dalle loro zone. Abitando in Asia avevano imparato le due arti maestre dei
popoli delle steppe: cavalcare e lavorare il ferro. Nell'ultimo quarto dell'ottavo secolo a.C. tribù scitiche
si erano spinte in Anatolia, invadendola dai confini dell'Assiria fino alla Lidia e alla Frigia mentre,
verso la metà del secolo successivo, dilagavano nell'Iran nordoccidentale. Sconfitti dai Medi, dovettero
ritirarsi a settentrione e stanziarsi in quella che sarebbe divenuta nei secoli una regione di fieri cavalieri
per eccellenza, il Kuban tra Caucaso settentrionale e mar d'Azov, là dove ancor oggi le ricche sepolture
dei loro capi testimoniano la loro ricchezza in metalli sapientemente lavorati, in bei cavalli, in
bestiame. Il costume nazionale scitico, perfettamente adatto a un popolo che passa la vita cavalcando -
lunga giubba aderente, ampi calzoni stretti alle caviglie, comodi stivali - fu fatto proprio dai Parti e dai
Cinesi stessi non appena una cavalleria penetrò nei loro eserciti. L'apogeo della civiltà scitica è
situabile tra sesto e terzo secolo a.C. nella zona del basso Dnepr, del basso Bug e della Crimea; ma il loro
influsso s'irradiava sui popoli all'intorno, fino al Danubio, alla Ciscaucasia, alla Siberia: in una tanto
estesa area si usavano in effetti cavalli, finimenti, armi, gioielli di tipo scitico. Attraverso il bacino
danubiano, la Mesia inferiore e la Transilvania, gli Sciti entrarono in contatto con Celti, Illiri,
Macedoni. Ancor oggi noi vediamo quei tempi, quei popoli e quelle terre attraverso la lente
deformatrice della "classicità" ellenica, per la quale gli Sciti erano barbari disumani, i luoghi da essi
abitati cupe e brumose lande popolate di leggende misteriose: l'approdo cimmerico ai regni dei defunti,
la Colchide paese di maghi e di filtri, la palude Meotide. Tutto questo non deve impedirci di rendere il
dovuto omaggio alla ricca e fiera civiltà scitica, con i suoi cavalieri arditi, i suoi gioiellieri geniali, i
suoi sciamani guide all'Aldilà.
Sul piano della cultura materiale, è ovvio che l'arte del cavalcare debba molto agli Sciti. Una
brocca ritrovata nella necropoli di Chertomlyk sul basso corso del Dnepr e ora conservata
all'Hermitage di Leningrado, risalente sembra al primo-secondo ventennio del quarto secolo a.C., mostra
degli Sciti che accudiscono ai loro cavalli. L'opera è tanto accurata nei particolari da essere stata
attribuita ad artigiani greci, e insieme con la sella imbottita vi si è voluta ravvisare una precoce
rappresentazione della staffa, sia pure d'un tipo particolare destinato solo ad aiutare il cavaliere nel
salire sull'animale. Anche se una tale lettura della brocca di Chertomlyk è ormai abbandonata e oggi gli
specialisti sono d'accordo nel conoscere la prima testimonianza iconografica della staffa solo nell'India
del secondo secolo d.C., la perizia degli Sciti come allevatori e cavalieri rimane un fatto assodato. Lo studio
dei corredi funerari scoperti farebbe supporre che, verso il quinto secolo a.C., gli Sciti abbiano attraversato
una fase di crisi economica. Va da sé che a conclusioni del genere si può arrivare solo con molta
cautela: intanto, si dovrebbe esser certi che i "campioni" scavati offrano un panorama archeologico
proporzionalmente attendibile, certezza questa praticamente impossibile a raggiungersi; poi, si
dovrebbe esser parimenti certi che un'eventuale diminuzione in importanza e in valore dei corredi non
dipenda da cause differenti dall'impoverimento, quali ad esempio un mutar di costumi, il sopravvenire
di innovazioni culturali. A ogni buon conto, e sempre accettando l'ipotesi dell'impoverimento con
beneficio d'inventario, si può porla in rapporto con le guerre antiscitiche di Dario primo. Nel corso del
secolo successivo la prosperità economica, alimentata dalle esportazioni granarie, riprese; ma intanto
un popolo di fratelli-avversari degli Sciti era comparso all'orizzonte: i Sarmati.
Anch'essi nomadi di schiatta e lingua iranica, parenti dei Cimmeri e degli Sciti ma non esenti
da mescolanze con tribù meotiche - come attesterebbe la loro peraltro problematica ginecocrazia(27) -
erano stati spinti a Occidente dal flusso di popolazioni asiatiche le quali premevano alle loro spalle.
L'avanguardia sarmatica sarebbe stata costituita dagli Iazigi, la cui sede originaria era secondo le fonti
cui attinge Ammiano Marcellino la zona prospiciente il mar d'Azov. Cacciati di là, gli Iazigi
occuparono durante il primo quarto del secondo secolo a.C. le steppe tra il Don e il Dnepr, e avanzarono
ancora verso Occidente. A loro per primi si attribuì l'etichetta - peraltro assai generica - di Sarmati.
Causa di quest'avanzata verso Occidente, che per la verità fu piuttosto una ritirata da Oriente, fu
probabilmente l'apparire nella Russia meridionale d'una nuova ondata di nomadi iranici, i "Sarmati",
verso la fine del secondo secolo. Strabone, riferendosi a una tradizione precedente, identifica due gruppi di
tribù di questa schiatta, operanti entrambi nelle steppe a nord del Caucaso: uno occidentale, uno orientale.
Il primo gruppo, guidato dai Roxolani, seguì le tracce degli Iazigi e s'impiantò a sua volta tra
Don e Dnepr; il secondo, costituito principalmente dalle due tribù degli Aorsi e dei Siraci, si stanziò tra
Don, mar d'Azov e Caucaso caspico. Finalmente, dal primo secolo d.C., gli osservatori romani, che con
crescente apprensione seguivano questo brulicare di popoli, videro affacciarsi il più celebre fra i ceppi
"sarmatici": gli Alani. Originari, a quanto sappiamo dai cinesi Annali degli Han, della zona del lago
d'Aral e padroni pertanto d'un tratto di "via della seta", si mossero fagocitando altri gruppi (quali gli
Aorsi) e vennero a interessare le steppe caspio-caucasiche. Erano con molta probabilità affini agli
Yüeh-chi, e si può pensare che i medesimi rivolgimenti che fin dalla seconda metà del secondo secolo a.C.
avevano obbligato gli Hsiung-nu a premere sui popoli vicini, e gli imperatori Han a fortificarsi e a
munirsi di una cavalleria pesante, costrinsero d'altro canto le tribù iraniche settentrionali a muoversi
verso ovest in un esodo di cui gli Alani erano propaggine. Tra primo e secondo secolo d.C. gli Alani cercarono di
penetrare a meridione del Caucaso, espandendosi a spese della Partia e della Cappadocia romana: il
passo attraverso il quale fecero il loro ingresso in Cappadocia si situa nell'odierno Azeirbagian e
ancora porta il nome di "passo degli Alani". Era probabilmente stato il loro dinamismo a gettare i
Roxolani addosso agli Iazigi e a far sì che entrambi questi popoli divenissero un reale pericolo per la
frontiera danubiana di Roma. Il rischio che i "Sarmati" si unissero ai Daci e ai Bastarni (germani,
questi ultimi) si presentò fin dalla seconda metà del primo secolo, e dominò il secondo. Da Marco Aurelio in poi,
troppi imperatori ricevettero l'epiteto di "sarmatico": il che significa che le loro vittorie sulle genti
della steppa erano in realtà molto poco incisive.
Di tutti i Sarmati, e in modo particolare degli Alani, gli storici di Roma colsero le caratteristiche
guerriere, così come notarono la "ferocia" (un dato questo, si sa, molto soggettivo...) e l'estrema
efficacia della loro cavalleria pesante. Ed è appunto il cavaliere "catafratto", detto anche contarius o
clibanarius, a informare di sé e della sua presenza la storia militare di Roma, di Bisanzio e dell'Asia
occidentale nella tarda antichità e nel primo medioevo. Si trattava d'un guerriero coperto da una guaina
di piastre sovrammesse, a scaglie di pesce, di ferro o bronzo ma forse anche di corno o cuoio: essa era
abbastanza aderente da modellare il corpo e abbastanza flessibile da permettere una discreta libertà di
movimenti; in testa, il catafratto portava un alto elmo appuntito(28).
Incerta l'origine di un così caratteristico armamento. Secondo alcuni, esso si sarebbe sviluppato
verso il quarto secolo a.C. tra gli agricoltori del Kwarezm, che dovevano difendersi dai Massageti nomadi:
sarebbe quindi un'armatura antifreccia, e in effetti la paura degli arcieri del deserto sembra essere stata
la più probabile tra le ragioni per cui una tenuta in fondo così scomoda ebbe tanto successo; questa tesi
pare confermata da reperti in tombe del corso inferiore del Syr-Daria. Altri la fanno semmai originaria
della Bactriana; altri ancora la dicono sviluppatasi tra i popoli asiatici come risposta alla falange
macedone(29). Furono comunque i nomadi di stirpe sarmatica a portare questo tipo di armatura in
Occidente. Vale la pena di leggere quella che ne è forse la più famosa, esatta e impressionante
descrizione, che riguarda la cavalleria persiana la quale peraltro pare fosse reclutata fino dai tempi di
Ardashîr, il primo sasanide, nell'aristocrazia sarmatica, "tra i signori feudali di più basso rango
direttamente dipendenti dalla corona"(30). Ecco dunque che
Il sontuoso apparato dei Persiani affascinava gli sguardi; le loro armature argentate e dorate
illuminavano la pianura. Il sole si levò appena e i suoi raggi colpirono in faccia i Persiani. Si spanse
dappertutto una luce indescrivibile che pareva sprizzare dalle armature stesse...
(I catafratti) sono i migliori soldati dell'esercito persiano e la loro formazione di battaglia un
muro incrollabile.
Ecco la forma del loro armamento. L'uomo è scelto, e deve possedere un vigore eccezionale.
Ha la testa coperta da un elmo chiuso, tutto d'un pezzo, che come una maschera rappresenta
esattamente un volto umano e copre completamente la testa dalla cervice al collo, salvo gli occhi, in
modo da poter vedere. La mano destra è armata di un kontós (lancia pesante) più lungo di una lancia
ordinaria; la mano sinistra rimane libera per tenere le redini. Al fianco è sospesa una sciabola. Il petto e
tutto il corpo sono corazzati. Ecco com'è fatta la corazza: delle placche di bronzo e di ferro,
quadrangolari e d'una medesima misura, sono legate tra loro per le estremità, e si incastrano come
embrici le une sotto le altre sia nel senso della lunghezza sia in quello dell'altezza in modo da formare
una superficie ininterrotta. Esse sono, nella faccia interna, attaccate insieme mediante lacci morbidi. Se
ne ha come una veste di scaglie che aderisce al corpo senza impedirlo e lo fascia completamente,
coprendo separatamente ciascuna gamba, senza impacciare i movimenti, perché può ben articolarsi.
L'armatura è provvista di maniche e va dal collo alle ginocchia, è aperta soltanto all'altezza delle cosce
per consentire all'uomo di montare a cavallo. Su tale corazza le frecce rimbalzano, né c'è da temere
alcuna ferita, il gambale va dalla punta del piede al ginocchio e s'attacca alla corazza. Una simile
armatura protegge il cavallo: le sue zampe sono avvolte in schinieri; la sua testa coperta di placche
frontali; dal suo dorso pende lungo ciascun fianco un tessuto di lame di ferro che lo protegge lasciando
tuttavia libera la pancia per non infastidirlo nella corsa. Il cavaliere, così armato e per così dire
incassato, inforca il cavallo: ma non vi si issa da solo; bisogna che a causa del suo peso lo si sollevi. Al
momento dello scontro abbandona le redini, dà di sprone e si lancia di gran carriera e con grande
frastuono sul nemico, simile a un uomo di ferro o a una statua tagliata in un sol blocco che si mette in
movimento. Il kontós, puntato orizzontalmente, spinge lontano la cuspide; dalla parte del ferro esso è
sostenuto da un laccio attaccato al collo del cavallo, mentre l'impugnatura è fissata alla sua groppa. In
tal modo esso non cede all'urto, anzi aiuta la mano del cavaliere, che altro non fa se non dirigere il
colpo. Egli si piega e s'inarca per procurare una più profonda ferita, e il suo slancio è così impetuoso
ch'egli trapassa tutto quel che si trova dinanzi; spesso trapassa con un sol colpo due nemici alla
volta(31).
Il blocco uomo-cavallo, formidabile nelle cariche, era imponente. Per quanto fosse munito
d'una lunga, pesante spada, il catafratto aveva quale arma tipica il kontós, la lunga lancia che
maneggiava a due mani. L'elemento più problematico per noi consiste nell'equilibrio: come poteva il
catafratto, privo di staffe, abbandonare le redini e occupare le due braccia nella manovra della lancia
rimanendo nel contempo saldamente impiantato in sella? In effetti quel mirabile equilibrio doveva
meravigliare parecchio i Romani(32), ed era senza dubbio principalmente il risultato d'un lungo, faticoso
tirocinio del guerriero e del suo animale: esso presupponeva anzi un perfetto affiatamento tra i due,
tanto che il cavaliere poteva in pratica guidare il cavallo solo con la voce e con la pressione delle
ginocchia. Si è tuttavia supposto che nella tecnica equestre e nell'arnese iranico vi fosse qualcosa che
suppliva alla staffa come fattore di equilibrio e che sfugge a noi come sfuggì all'attenzione degli
osservatori romani, senza che vi siano troppe speranze di recuperarne gli elementi attraverso
l'archeologia o la critica iconologica. Può darsi che si trattasse di un sistema di fissaggio della lancia al
cavallo per mezzo di supporti e corregge; forse l'equilibrio era ottenuto anche mediante l'energica
pressione delle ginocchia coadiuvata dall'appoggiare il bacino sulle faretre, che stavano appese ai due
lati posteriori della sella; e, nell'impatto, con una particolare tecnica d'equilibrio consistente nel torcere
il busto e piegare in avanti la spalla destra, nonché nel tenere le gambe strette all'animale in posizione
asimmetrica. Il kontós poi doveva essere un'arma difficile da usarsi, ma formidabile: le lame che ne
sono state rinvenute in area caucasica - lame pesanti, a forma di foglia - fanno pensare a un'arma
lunga dai quattro ai quattro metri e mezzo, si direbbe quasi una risposta equestre a una versione
equestre della sarissa macedone(33).
I Sarmati informarono veramente della loro presenza le vicende militari di Roma, della Persia
sasanide e dei loro reciproci rapporti. La cavalleria catafratta è un motivo quasi ossessivo della
letteratura non meno che dell'iconografia romana; quanto alla Persia, calcoli recenti indurrebbero a
credere che circa un decimo delle armate fosse costituito di catafratti(34).
Era composta da questi temibili guerrieri la cavalleria che nel 230, puntando alla restaurazione
delle antiche frontiere achemenidi, invase la Mesopotamia e minacciò Siria e Cappadocia. I Romani
non poterono che opporle alcune legioni e qualche reparto ausiliario, ai quali una tarda fonte armena
aggiunge truppe raccolte "dal deserto": si trattava probabilmente dei famosi arcieri dell'Osroene, cioè
della regione attorno a Edessa, e della cavalleria di Palmyra(35). Furono in gran parte dovuti al fattore
sorpresa i rovesci romani che seguirono, culminati con la perdita dell'Armenia nel 252 e con la cocente
umiliazione di Valeriano nel 260: Roma, ch'era abituata alla guerra endemica contro gli Arsacidi, si
trovò del tutto impreparata di fronte alla subitanea offensiva dei Sasanidi. Tuttavia contro la fanteria
romana e la cavalleria leggera, che combatteva con il vecchio metodo del volteggio, dovette riuscir
assai efficace la tattica iranica, consistente in una lunga preparazione del terreno da parte degli arcieri a
cavallo, che con un tiro compatto e continuo scompaginavano la fanteria nemica, seguita poi da una
rapida carica a fondo della cavalleria pesante contro una formazione di fanti assai indebolita, nei cui
ranghi le frecce avevano scavato larghi vuoti.
Che la cavalleria d'urto non fosse invincibile - o meglio, che lo fosse solo in determinate
condizioni e su terreni determinati - a noi appare chiaro. Durante la campagna di Aureliano del 271, i
celebri clibanarii(36) palmyreni furono battuti dalla cavalleria leggera romana, composta di Mauri e
Dalmati(37), che utilizzò un vecchio trucco partico: la fuga simulata, immediatamente seguita dal
voltafaccia e dall'attacco all'inseguitore stanco. Quello dell'invincibilità di certe truppe è un vecchio
mito che - dalla falange macedone alla legione romana, dai lanzichenecchi alle Panzerdivisionen -
viene regolarmente sfatato. Ma è un mito il cui stesso periodico rinnovarsi dimostra la sua validità di
fondo, corrispondente a un imo strato di ancestrali aspirazioni e di ancestrali paure umane. Così, poiché
non è un discorso di storia della tecnica militare quello che intendiamo qui condurre, il fatto che i
cosiddetti cataphracti iranici non fossero più invincibili di qualsiasi altra forza militare c'interessa
molto meno del fatto che invincibili fossero ritenuti e che tali si volessero far credere anche per mezzo
di qualcuno dei molti procedimenti mistificatori che fanno parte del folklore di guerra delle società
tradizionali non meno che della propaganda bellica delle società moderne: non per nulla, in fondo, la
Persia è la patria degli "Immortali".
Naturalmente, si commetterebbe un errore se si valutasse questa cavalleria solo per la sua
potenza nell'urto frontale. Essa va al contrario apprezzata nei risultati di tutto il suo complesso,
costituito non solo dalla corazza pesante per l'uomo e per l'animale, bensì anche dall'efficacia delle
armi offensive - il grosso kontós, la dritta e lunga spada a due tagli ma anche la più leggera sciabola a
un taglio solo, adatte entrambe a tirar fendenti dall'alto in basso, l'arco composto in osso o corno, di
tipo iranico-turkestano - dalla combinazione tattica del volteggio degli arcieri con la carica dei
cavalieri, dalla straordinaria abilità equestre di entrambi e dall'accurata selezione degli animali. Anzi,
poiché alle armi dovremo dedicare a più riprese spazio nei capitoli successivi, a questo punto è semmai
opportuno fermarci ancora un po' a considerare il cavallo, con qualche sommario rilievo sulle razze
equine usate e sulla bardatura prima di affrontare il discorso che nell'economia del nostro tema più ci
interessa: il passaggio di questo mondo equestre asiatico all'Europa, grazie a un'originale
acculturazione altaico-iranico-germanica che le stesse fonti romane prendono con una certa chiarezza
ad apprezzare a partire dal quinto secolo.
Le notizie storiche sull'allevamento e sulla selezione dei cavalli nell'antichità mediterranea e
asiatico-occidentale non sono né molte né molto precise: naturalmente gli studiosi del problema vi
suppliscono con le fonti iconografiche e con i reperti archeologici. Sappiamo che fin dall'età
achemenide non solo l'altipiano iranico ma anche quello anatolico, geograficamente simili, servivano
all'allevamento dei cavalli. I Sarmati usavano due razze: quella del Ferghana, adatta come abbiamo
visto alle necessità della cavalleria pesante, e quella piccola, veloce, scarsamente addomesticabile che
parrebbe riportarsi al tarpán mongolico e che doveva utilizzarsi piuttosto nel volteggio degli arcieri,
nella caccia, negli spostamenti. Rilievi del genere sono stati resi possibili dalle scoperte effettuate dagli
archeologi russi che hanno studiato i kurgany pre-sarmatici e sarmatici degli Urali e dell'Altai risalenti
al quinto-settimo secolo a.C.(38). L'Alanus veredus con il quale l'imperatore Adriano amava cacciare il cinghiale
tra le paludi e le colline di Tuscia sembra appartenere al secondo tipo d'animale, sempre che ci si possa
fidare delle descrizioni verbali. Termini quali veredus, paraveredus provengono dall'idioma
gallico-germanico e, adattati al sermo militaris latino, qualificano il cavallo non da battaglia, così come
il tedesco Pferd, l'italiano palafreno, il francese palefroi(39). Anche una volta entrati nell'esercito
romano, i Sarmati continuarono a usare le loro razze equine, soprattutto la prima, indispensabile ai
clibanarii. Né si deve credere che una scelta del genere fosse motivata dalle sole ragioni fisiologiche: il
cavallo dipendente dal tipo del Ferghana doveva soprattutto essere particolarmente adatto a venir
addestrato, a obbedire ai comandi impartiti dal solo suono della voce e di strumenti come il tamburo;
doveva essere focoso ma al tempo stesso non troppo impressionabile né irritabile: insomma,
"intelligente". È sintomatico che la poesia antica, seguita in ciò da quella medievale, sia tanto sensibile
alla "saggezza" - talora spinta fino ai doni divini della profezia e della parola - e alla "pazzia" dei
cavalli(40).
Lo spazio crescente accordato dall'esercito romano alla cavalleria nelle sue varie specialità non
fece che incrementare l'attività allevatrice all'interno dell'impero. Erano famosi gli armenti equini
della penisola di Taman sul mar Nero; sotto i Flavi e gli Antonini si allevavano cavalli, insieme con
altro bestiame, nella Tracia meridionale, cioè in un'area ormai profondamente scitizzata. Un'iscrizione
trovata fra Adrianopoli e Filippopoli, vale a dire nella zona di confine fra Turchia e Bulgaria attuali,
attesta che vi esisteva una grande tenuta probabilmente imperiale nella quale si allevavano gli ottimi
cavalli delle coorti e alae tracie.
Ma il sempre diffuso combattimento pesante dovette richiedere un adeguamento nelle selezioni.
I cavalli allevati in Italia, e di cui, per esempio, era vietata l'esportazione in Gallia prima della
conquista romana di quel paese(41), non dovevano essere troppo adatti alle nuove esigenze; né dovevano
esserlo i cavalli provenienti, a loro volta, dalla Gallia; né infine quelli allevati presso Hadrumetum in
Africa, per quanto la cavalleria leggera nordafricana rimanesse sempre un corpo militare di grande
prestigio nell'esercito romano(42).
L'attenzione alle razze equine in Roma era assai viva anche prima della "riforma equestre"
importata dall'Asia. I Romani traevano dalla Gallia belgica un cavallo forte, corpulento, ma per ciò
stesso troppo poco veloce; Strabone attesta comunque che i Romani del suo tempo prendevano dalla
Gallia belgica i loro cavalli migliori, e Cesare osserva dal canto suo che di là venivano i cavalli più
apprezzati e i cavalieri più esperti(43). Ciò coinciderebbe in effetti con quanto osserva Tacito - in genere
severo con i cavalli e i cavalieri germani - a proposito di Batavi e di Tencteri, i migliori tra i cavalieri
germani secondo il suo parere: ora, Batavi e Tencteri sono appunto, tra i Germani, i più vicini alla
Gallia belgica(44). La tecnica e l'abilità equestre romana, celtica, germano-occidentale, è peraltro assai
diversa da quella asiatica e germano-orientale, che da ora in poi c'interesserà sempre più. È senza
dubbio assai probabile che i Germani, prima del loro impatto orientale con i popoli iranici, avessero
assunto dai Celti molti degli usi riguardanti il cavallo, da quelli religiosi come le sepolture a
inumazione insieme con l'animale a quelli tecnici. Nella sua Descrizione della Grecia, Pausania(45)
attesta che nell'antica lingua celtica márka significa cavallo, ma più precisamente si trattava di quel che
Tacito avrebbe definito bellator equus, cavallo da battaglia(46). È in quest'ultima accezione che Lex
Bajuvariorum e Lex Alamannorum useranno più tardi il termine marach per designare un cavallo da
guerra di alto prezzo, sei volte più costoso - secondo la valutazione ai fini del guidrigildo - dei cavalli
comuni. La Lex Bajuvariorum distinguerà tra il marach, l'equus mediocris e l'equus deterior, detto
quest'ultimo anche angargnago e dichiarato inutile in battaglia. Questo prestito celtico dovrebbe
indicare un'importazione dei cavalli da guerra e della relativa tecnica di equitazione dai Celti ai
Germani. Del resto già Senofonte, e i Latini sulla sua traccia, avevano distinto con cura l'híppos
polemistés, o bellator equus, dal kabálles o caballus, di poco pregio e buono a tutti gli usi. Il cavallo da
guerra e con lui quello da caccia, il venator equus che del resto gli somigliava - in ciò il veredus
sarmatico avrebbe segnato un'innovazione, parallela del resto all'introduzione della cavalleria pesante
- si addestrava con cura e non si sottoponeva a esercizi fino ai tre-quattro anni, cioè all'età del pieno
vigore(47).
Non che queste distinzioni ci aiutino molto a conoscere qualcosa di sicuro o di definitivo sulle
razze effettivamente usate: argomento, questo, del quale peraltro neppur l'archeologia è venuta del
tutto a capo. Quel ch'è certo è che esistevano vari tipi di cavalli, selezionati in altrettanto varie aree del
complesso etnico e geografico mediterraneo ed eurasiatico. Le antiche descrizioni che ce ne
rimangono, per sommarie e generiche che siano, sono sufficienti nondimeno a mostrarci che sussisteva
un'effettiva possibilità di scelta tra animali differenti per struttura, temperamento, prestazioni: rapidi e
resistenti i cavalli traci, piccoli e vigorosi i germano-danubiani, lenti e pesanti i gallici, docili e atti a
sopportar fatiche gli africani, alti e fieri ma - era il punctum dolens dei "cavalli celesti" del Ferghana?
- non troppo resistenti, nonostante la loro forza, i persiani(48).
L'arrivo degli animali sarmatici e l'introduzione massiccia del loro uso nell'ambito militare
romano dovettero a ogni buon conto significare una vera e propria svolta. La cura e la perizia dei
Sarmati nell'allevare le razze da combattimento era nota alle fonti occidentali(49); i cavalli considerati
inadatti alla riproduzione venivano castrati, in modo che a ogni generazione gli esemplari scadenti
fossero eliminati. Quest'uso sarmatico passò ai Germani. La selezione, del resto, doveva essere già in
atto, e gli individui migliori delle varie razze utilizzati per la guerra e la riproduzione. Il superbo
cavallo di Marco Aurelio, che ancor oggi domina la michelangiolesca piazza del Campidoglio e che nel
medioevo fu uno dei protagonisti dei Mirabilia Urbis, era certo adatto a sopportare ben altro che non il
peso leggero dell'imperatore-filosofo, inerme per giunta e abbigliato della lieve lorica da parata(50). I
cavalli pesanti, massicci, dalla criniera e dalla coda ondulate, dalla folta barbetta - in qualche reperto
ne è stata notata la somiglianza con l'odierna razza dello Shire - sono stati riscontrati da parte degli
archeologi come consueti nell'esercito romano e tra gli ausiliari germanici. Quelle usate nell'Iran
sasanide e nella Cina degli Han non erano bestie troppo diverse(51).
Anche per la bardatura equina, i popoli iranici e turco-mongoli delle steppe debbono essere stati
- a parte gli Hittiti - i principali inventori nonché i più efficaci diffusori di innovazioni. La stessa
briglia sembra essersi già presentata nell'età greco-latina "classica" come sarebbe stata a lungo più
tardi. Il morso "a filetto articolato", già perfettamente descritto da Senofonte(52), è praticamente rimasto
il medesimo fino ai giorni nostri. Pare che quest'oggetto si sia diffuso in Occidente prima che in
Oriente: agli esemplari rinvenuti in una tomba celtica del quarto secolo a.C., a Canosa di Puglia, si
contrappongono attestazioni iraniche non anteriori al terzo secolo d.C. Ma su ciò non v'è accordo fra gli
studiosi: Hancar presenta un morso articolato proveniente da Assur, che egli data al nono secolo a.C., e
morsi transcaucasici snodati del primo millennio a.C. Gli Hittiti dovrebbero dunque essere gli inventori di
tale strumento. Ma anche le culture altaiche conoscono il morso articolato da circa il primo millennio a.C. Il
controllo esercitato dal morso a filetto articolato sull'animale superava di gran lunga quello del morso
semplice, ed era al tempo stesso meno doloroso. Anche sopraccapo, frontale, sguance, museruola e in
genere tutto il sistema di corregge che serve a sostenere e ad azionare il morso, redini comprese, erano
già tecnicamente maturi alla fine dell'antichità.
Come il morso, anche gli sproni, in bronzo o in ferro, toccarono il mondo mediterraneo - greco,
romano, celtico - fin dal quarto-terzo secolo a.C., e solo più tardi si propagarono in Oriente. Si trattava di
sproni massicci, con brocco corto, a punto semplice: essi sono largamente attestati nell'antichità(53).
Quanto alla sella, l'uso di cavalcare a pelo o con una semplice pelle o coperta dovette senza
dubbio mantenersi a lungo. La gualdrappa usata dagli Assiri già fin dal nono secolo a.C., forse,
rispondeva più a necessità di parata che a bisogni funzionali: non si può però dire la stessa cosa delle
gualdrappe persiane, costituite da coperte a più strati e che i Greci non mancarono di notare; selle di
stoffa risalenti al quarto-terzo secolo a.C. si sono ritrovate nell'Altai(54). Ma l'idea fino a ieri comune che gli
Elleni non usassero alcun tipo di sella - un'idea che si appoggiava all'uso sbrigativo di certe fonti e, in
particolare, a un'eccessiva fiducia in quelle iconografiche - è stata scossa di recente dagli studi di Paul
Vigneron. L'ephíppion greco era forse più una sella che una gualdrappa, se i Greci si preoccupavano
delle piaghe che esso avrebbe potuto procurare al dorso degli animali. È vero che certi popoli, quali
Numidi, Mauri, Svevi nell'età di Cesare, restarono fedeli al cavalcare a pelo o, al massimo, si servirono
di un semplice tappeto: i Germani in particolare sembra considerassero la stessa coperta un segno di
effeminatezza(55). Dall'altro capo dell'Eurasia, sembra che i Cinesi usassero già la sella durante il
periodo Han: né sarebbe stato del resto possibile, senza di essa, sviluppare una cavalleria pesante. I
Romani derivarono dai Greci il termine ephippium, ma è incerto ch'essi abbiano con ciò qualificato il
medesimo oggetto: è comunque da porsi sotto revisione la tesi che vuole già utilizzata da parte romana,
nel I secolo d.C., la sella con arcione, che non forniva appoggi laterali ma assicurava in parte contro le
cadute all'indietro(56). Furono i cavalieri orientali che fecero penetrare nell'esercito romano, tra terzo e quarto 
secolo, un tipo di sella pesante in cuoio che soppiantò la semisella o sella leggera detta ephippium e
che, dalla popolazione danubiana degli Scordisci, fu detta scordiscus. Il termine stesso di sella, del
resto, indica il senso di sicurezza, di stabilità, di comodità ch'essa dovette ispirare ai Romani: nel 321
Nazario, nel panegirico dedicato a Costantino, parla di un sedile tanto solido e confortevole da sorreggere a cavallo un guerriero corazzato ferito: siamo a questo punto in presenza di un oggetto
raffinato, che si poneva sul dorso dell'animale non direttamente, bensì sopra una coperta, e si fissava mediante cinghie sottopancia.
Queste osservazioni, certo più concise e rapsodiche di quanto sarebbe opportuno, conducono comunque a due considerazioni che saranno utili nelle pagine che seguono. Primo: durante la Bassa Romanità, e soprattutto dal terzo secolo in poi, l'Occidente romano-germanico-celtico fu investito da una serie di progressi nell'equitazione, nell'allevamento e così via; tali progressi, che continuarono fino al
decimo secolo con tappe ancor più significative - la staffa e la ferratura - vennero a successive ondate dalle
steppe eurasiatiche, per quanto anche alcuni popoli occidentali, quali i Greci e, soprattutto, i Celti,
abbiano a loro volta offerto un contributo fattivo alle tecniche equestri. Secondo: tramite fra
l'Occidente e la steppa asiatica furono i popoli ario-europei che, a sud del Caucaso, impegnarono i
Romani con la loro superiorità nella cavalleria pesante e nella tattica combinata di questa con quella
leggera; al tempo stesso, a nord del Caucaso, altri popoli iranici entravano in contatto con i Germani
orientali e attraverso loro stabilivano con l'Occidente romano un tipo di rapporto estremamente
profondo e diretto. In ordine al rinnovamento dell'Occidente e alla futura cavalleria medievale, dal
punto di vista tecnico l'acculturazione irano-germanica è uno dei momenti fondamentali: per questo ci
fermeremo a considerarlo.

3. Il vento della steppa
Giulio Cesare, capo d'un esercito nel quale il ruolo del cavallo era secondario, ma uomo colto e
lettore di Omero, aveva senza dubbio avvertito nell'aria un che di "omerico" vedendo che, tra i
Britanni, alcuni combattevano a cavallo e i più nobili sul carro da guerra, per quanto disponessero di
una buona fanteria(57). E quanto agli Elvezi, non gli era sfuggito che la loro fanteria leggera copriva un
ruolo subordinato rispetto ai guerrieri a cavallo: i fanti, in effetti, combattevano in mezzo ai cavalieri e
come protetti da questi(58).
Fante o cavaliere, il Celta era un guerriero armato alla leggera, specie in fatto di armi difensive:
e il suo modo "omerico" di combattere, la sua disposizione agli exploits personali e al duello,
inviterebbe a parecchie considerazioni sul suo carattere inquieto, individualistico, vagabondo(59). Un
"cavaliere errante" ante litteram, si direbbe: e qui vi sarebbe da considerare che il tipo di letteratura che
nel dodicesimo secolo consacrerà la figura del cavaliere errante sarà proprio il romanzo "bretone", vale a dire
celtico d'ispirazione. Ma il terreno storico sul quale appoggiare affermazioni del genere è troppo
scivoloso, e preferiamo prendere un'altra strada. Quel ch'è certo è che, nel confronto con i Celti, i
Germani sfiguravano un po': Cesare sembra avere in maggiore simpatia i primi che non i secondi, e lo
rivela in parecchi dettagli del suo discorso. Anche quanto ai cavalli, egli ostenta poca stima per quelli
degli Svevi e nota che, mentre erano usati per gli spostamenti, non servivano viceversa per la battaglia:
una volta giunti sul campo, gli Svevi - secondo un uso frequente anche presso altri Germani -
smontavano e combattevano a piedi(60).
Se tale era la situazione a metà del I secolo a.C., quella del I secolo d.C. presenta per i Germani
qualche differenza, o almeno può con maggior precisione esser messa a fuoco(61). Tacito ha potuto
utilizzare non solo cognizioni e informazioni di prima mano, ma anche tutta una nutrita letteratura,
adesso in parte perduta, sia memorialistico-storica (Polibio, Posidonio, Cesare stesso - "summus
auctorum divus Iulius" -, Ottaviano Augusto, Velleio Patercolo), sia naturalistico-geografica
(Strabone, Pomponio Mela, Plinio il Vecchio). Ora, presso i Germani di Tacito il cavallo è un animale
circondato di sacro rispetto e costituisce un segno di rango: ma essi rimangono, come già i loro antenati
del tempo di Cesare, dei guerrieri a piedi. Vero è che Tacito conosce meglio i Germani che oggi si
definiscono "delle foreste" (cioè quelli che abitavano il territorio grosso modo corrispondente anche
alla Germania attuale) che non quelli "delle steppe". Ed è caratteristicamente romano e repubblicano,
da "uomo della legione", l'elogio che Tacito rivolge ai Catti - stanziati sulla destra del Reno, al limite
meridionale della selva Ercinia, vale a dire nell'attuale Assia - per la loro forza e costanza nelle cose
militari, dote che si rispecchia nel combattere a piedi:
potresti vedere gli altri andare in battaglia: i Catti invece vanno alla guerra. Non si perdono in
scorrerie e scaramucce. È infatti caratteristico di chi combatte a cavallo acquistar presto la vittoria e
presto cedere: ma la velocità è simile alla paura, mentre la lentezza è più vicina alla costanza(62).
Ma vicino ai Catti, sulla destra del medio Reno, abitavano i Tencteri. Essi si segnalavano
nell'arte di allevare e guidare i cavalli: tanto erano abili fanti i Catti, secondo la testimonianza tacitiana,
quanto abili cavalieri i Tencteri. Imparavano a cavalcare fino da bambini; da giovani ciò costituiva la
loro gara favorita; ancor da vecchi, continuavano a cavalcare. I cavalli rappresentavano per loro un
bene supremo, che si tramandavano con il patrimonio e con le tradizioni e i culti familiari: con la
differenza che, mentre per il resto del patrimonio vigeva il diritto del primo nato, i cavalli venivano
ereditati dal più valoroso(63). Lodati sono da Tacito anche i Cauci, che dopo aver invaso la provincia
della Germania inferiore si erano stanziati presso l'estuario della Weser e vivevano pacifici ma
preparati alla guerra: anch'essi avevano in stima il cavallo come animale da battaglia, ma le stringate
note tacitiane non ci dicono altro(64).
È certo comunque che, per Tacito, l'andare e il combattere a piedi è una caratteristica antica dei
Germani, e quasi li distingue: quanto meno, li distingue dai Celti e ancor più dai Sarmati. In effetti,
parlando dei Peucini o Bastarni e dicendosi incerto se porli fra i Germani o non piuttosto fra i Sarmati
data la loro somiglianza anche fisica con questi, egli finisce per collocarli tra i primi non solo per le
affinità riscontrate nella lingua o nel costume, ma anche per le caratteristiche dell'armamento, dei
costumi stanziali, e soprattutto per l'andare a piedi e correre veloci, laddove i Sarmati sono detti "in
plaustro equoque viventes"(65).
Il quadro tacitiano era destinato a modificarsi profondamente a partire dal secondo secolo, e soprattutto nel terzo e nel quarto, sotto l'impulso di due fattori: l'incontro fra Germano-orientali e Irani, e l'emigrazione dei Germano-orientali verso Occidente(66). Protagonisti di entrambi, ma soprattutto del secondo fattore, furono i Goti.
La cultura gotica funzionò in realtà da polo magnetico nei confronti di tanti popoli germanici -
dai Bastarni agli Sciri ai Burgundi ai Gepidi ai Taifali agli Eruli -, iranici - gli Alani(67) -,
turco-mongoli - gli Unni - che è inutile porsi il problema delle distinzioni etniche alla maniera
evoluzionistico-biologica come poteva porselo, ad esempio, un Ludwig Schmidt(68). Nella nazione
gotica confluirono, o attorno alla nazione gotica ruotarono, tutti i popoli barbarici stanziati nel terzo-quarto 
secolo tra Balcani e Danubio. E quando ci si lamenta della scarsa capacità di distinzione etnica di cui
danno prova gli autori romani nello scrivere di quelle genti, si ha ragione solo se e nella misura in cui ci
si riferisce a distinzioni stereotipe e tutto sommato antistoriche: ché in realtà quella "confusione"
coglieva un dato storico vivo e importante, cioè l'oggettiva commistione di popoli, il loro fecondo mischiarsi. Si deve quindi partire da un punto di vista centripeto e non centrifugo, nel considerare cioè i Goti come un tipico e
precoce fenomeno di riorganizzazione germanica attorno a un nome e a gruppi capaci di dare direttive e
di attrarre gli altri elementi più dispersi e adespoti, perfino non germanici come gli Unni(69).
Le popolazioni insediate nelle steppe russo-ungheresi durante il I millennio a.C. sono immerse
nella leggenda: poco sappiamo in effetti dei Cimmeri, i silenziosi guardiani dei morti nell'Odissea, che
sono stati avvicinati agli Sciti, ai Celti, ai Germani - la somiglianza fonetica tra Cimmeri e Cimbri era,
a non dir altro, troppo tentatrice - senza che il problema sia stato risolto(70). Resta il fatto che nel settimo
secolo a.C. la supremazia pontica dei Cimmeri era finita, mentre da Oriente penetravano nelle regioni
del mar Nero gli Sciti e, sulle coste di esso, fiorivano le prime colonie greche: Tyras, Olbia, Panticapeo.
Verso la fine del quarto secolo agli Sciti si sostituirono i Sarmati, venuti anch'essi come già abbiamo
veduto da Oriente, a successive ondate, e ne raccolsero la ricchissima eredità culturale.
Verso il terzo secolo a.C. presero intanto a muoversi dal nord in direzione del mar Nero i vari
gruppi germanici: Sciri e Bastarni furono i primi; seguirono Eruli, Goti, Burgundi, Vandali, Gepidi,
Rugi(71). A quel che ne sappiamo dalle fonti greche e latine, i Goti sarebbero comparsi in Dacia verso la
fine del secondo secolo d.C. e in Tracia ai primi del terzo: ma il fatto è che forse solo nell'area pontica il termine
"Goto" assunse un valore cinico vero e proprio. A livello etimologico pare infatti che esso derivi da
qualcosa come "capo", "uomo per eccellenza" - paragonabile al vir latino? - quindi "eroe",
"condottiero"(72). Può darsi cioè che in origine i Goti siano stati non un gruppo fra gli altri, ma la classe
dirigente dei migratori germanici, la loro aristocrazia guerriera: ciò giustificherebbe, ponendola sotto
una più chiara e diversa luce, la funzione egemonica da essi svolta sui germano-orientali, funzione
egemonica talmente chiara che Procopio, parlando di "genti gotiche", vi pone sullo stesso piano i Goti
stessi accanto a Vandali, Gepidi, Rugi e Sciri(73).
I Goti seppero profondamente assorbire la cultura scito-sarmatica: ne assimilarono molti dei
contenuti cultuali, ne appresero le tecniche fra cui, prima di tutto, quella del combattere a cavallo. Gli
elementi sciamanici, misterici, ctoni, presenti nell'antica religione germanica e raggruppati nel
complesso mitico-cultuale del dio Wotan paiono avere non meno della scrittura runica origine
pontico-germanica: o "alano-gotica", come altri preferiscono dire. Così come impararono a cavalcare e
ad allevare i cavalli al contatto con le culture della steppa, i Germano-orientali desunsero da esse il
costume più adatto alla bisogna: l'abbigliamento fornito di pantaloni per i viaggi pacifici e per la
caccia, la corazza a scaglie di ferro (e la maglia di ferro?) per la guerra. Abbigliamenti questi che
possedevano un valore cultuale inscindibile da quello funzionale: erano infatti due tenute sciamaniche,
e su ciò torneremo, come torneremo sul valore religioso del cavallo e della forgiatura dei metalli,
entrambi desunti ancora una volta dai popoli della steppa.
Ecco dunque rivelarsi pian piano un dark side, un lato misterioso e inquietante, alle radici di
quel che sarebbe poi stato il cavaliere medievale. Siamo abituati a vederlo sorgere dalla ferrea età delle
invasioni e delle incursioni "barbariche", e ad accettare come un dato scontato in partenza
l'impressione di forza, di bellezza, di quasi religiosa terribilità che la sua grande sagoma e le sue armi
risonanti provocarono nelle plebi inermi e miserevoli soggette al lavoro dei campi. Per romantica che
sia, quest'idea è fondamentalmente esatta: e lo è non solo perché il guerriero montato sul grande
cavallo da guerra e coperto di ferro era una forza inarrestabile in un'età di uomini e animali denutriti e
di scarso metallo forgiato, ma anche perché egli compendiava in sé antichi miti non dimenticati,
violente esperienze d'un passato prossimo e nuove meravigliose tremende immagini religiose. Nel
medioevo, la Chiesa indicherà ai cavalieri dei modelli celesti, san Giorgio o l'arcangelo Michele o altri
santi dei quali dovremo occuparci tra qualche capitolo: ma a quale strano san Giorgio, a quale pauroso
arcangelo Michele pensavano i contadini dell'Alto medioevo - e, bisogna crederlo, anche di gran parte
del Basso - quei contadini così poco cristianizzati nel profondo? Oggi nessuno crede più, beninteso,
all'immediata derivazione dei santi militari cristiani dalle divinità germaniche della guerra: è chiaro ed
evidentemente apprezzabile - soprattutto al livello della tradizione testuale agiografica, liturgica,
iconografica - che la loro origine è semmai copto-bizantina, e che il loro culto discende per così dire
"dall'alto", corrisponde a una precisa volontà ecclesiastica e politica, piuttosto che salire "dal basso",
dalla memoria collettiva dei Germani superficialmente cristianizzati. Le memorie collettive conservano
i valori, ma non sono adatte a crearne di nuovi. E se in tali credenze v'è stata di fatto un'acculturazione,
essa non è stata spontanea, bensì accuratamente voluta e programmata: una tecnica missionaria
sapiente, non un prodotto "popolare" autonomo, naturale e inatteso(74).
E tutto ciò va bene. Ma spetta a queste genti riversatesi dal bacino del Danubio sull'Occidente,
giunte fino in Italia e in Spagna, l'aver fornito al medioevo europeo le basi di miti duraturi e di
altrettanto durature realtà: ai Goti, alla loro eccezionale capacità di sintesi che li pose prima, attraverso i
Sarmati, in contatto con la grande civiltà iranica, poi, per mezzo della profonda familiarità di Goti e
Unni(75), in grado di assorbire anche elementi della civiltà asiana. È il vento della steppa che agita
l'albero rigoglioso della cavalleria medievale. È il terriccio della steppa che ne ha fecondato le lontane,
profonde radici. Vittorioso sull'altopiano iranico come su quello balcanico, presente anche negli
eserciti di Roma, il guerriero pesante a cavallo domina la scena del trapasso dall'antichità al medioevo.
E, dalla Persia all'Italia, corre in quegli anni come un brivido il presentimento di Rolando. Già l'aveva
notato il Burckhardt per il mondo sasanide:
Le immagini di questi guerrieri persiani coperti di corazze e di elmi piumati, armati di lance e
spade, montati su cavalli bardati lussuosamente ce li mostrano in tutto simili ai loro colleghi, i nostri
cavalieri medievali. Il motore delle loro azioni era sempre lo stesso: lo spirito di avventura, in amore e
in guerra, e la leggenda ha trasformato ben presto una figura come Bahram-Gur nello splendido
simbolo di questo ideale di vita...(76).
La vicinanza tra Oriente persiano e steppa pontica, ancorché separati dal Caucaso, era così
evidente per gli stessi Romani che Ammiano Marcellino poteva dichiarare:
(Gli Alani) dedicano la massima cura ai cavalli. In quelle regioni l'erba si rinnova senza tregua,
intervallata da zone coltivate e alberi da frutto: perciò quei nomadi non vengono mai a trovarsi a corto
di cibo, né per sé né per le loro bestie, il che è permesso dal suolo ben umido e dal gran numero di corsi
d'acqua che lo permeano.
I deboli per età o per sesso si affaccendano sopra e intorno ai carri a quelle mansioni che non
richiedono particolare forza fisica. Ma i giovani, abituati a cavalcare fin dall'infanzia, ritengono un
disonore muoversi a piedi. E tutti, esercitandosi nei vari esercizi guerrieri, sono ottimi combattenti. Se i
Persiani sono tanto valorosi nel combattere, lo debbono infatti alla loro origine scitica(77).
E qualora si volesse un testo che indicasse con precisione questo passaggio d'un éthos pre- o
protocavalleresco dal mondo degli altipiani e delle steppe d'Oriente a quello dei campi coltivali e delle
selve d'Occidente, noi crediamo non vi sarebbe da proporre di meglio niente più di quel passo di
Procopio di Cesarea che ci mostra un magnifico Totila, tutto superbia e vanagloria, che gioca
fanciullescamente a impressionare il nemico alla vigilia della battaglia che gli sarà fatale:
Ed ecco quel ch'egli faceva. In primo luogo egli non poco si curava di mostrare ai nemici qual
uomo ei fosse. Indossava un'armatura tutta laminata d'oro ed era tutto ornato dal berretto alla lancia di
bendoni e pendagli e di porpora tanto che mirabil cosa era ed affatto regale. Ed egli, cavalcando uno
splendido cavallo, di mezzo ai due eserciti andava facendo esercizi come alla giostra: poiché correva
facendo girare il cavallo in un senso e nell'altro, caracollando; e nel così cavalcare gittava in aria la
lancia, riafferrandola poi, mentre tentennando dall'alto ricadea: quindi spesso palleggiandola e
facendola passare da una mano all'altra, mostravasi orgoglioso della perizia sua in tali cose; e si gittava
supino e si piegava di fianco or di qua or di là, come colui che da bambino aveva appreso le pratiche
delle arene. E, tali cose facendo, passò tutta la prima parte del mattino...(78).
Una pagina degna di Froissart.
...
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...
FINE Parte 1.